sabato 1 maggio 2010

“Sacconi: “Voglio cambiare lo statuto dei lavoratori”. Tutele essenziali, investimenti in conoscenze e spazio al confronto territoriale e aziendale

t5_4bae70dfcfbaa_6768  Ministro Sacconi, nell’anno 2010 ha ancora senso una “Festa del lavoro”?
“Assolutamente sì, anche se ovviamente questa Festa si rinnova ogni anno nei contenuti che possono essere maggiormente sottolineati. Ha senso soprattutto ribadire, per il primo maggio, il dovere delle istituzioni di riconoscere nel lavoro un modo fondamentale con cui ciascuna persona è messa nella condizione di esprimere le proprie potenzialità. Ha senso un primo maggio nel quale, cioè, si ribadisce la centralità della persona non solo in sé, perché non si tratta di un’entità isolata, ma nelle sue proiezioni relazionali, fra le quali certamente importanti sono le relazioni di lavoro. Non è un caso che nel contesto della grande crisi, che non è soltanto economica e sociale, la Chiesa abbia avvertito il bisogno, attraverso l’Enciclica sociale “Caritas in Veritate”, di rispondere al disorientamento che può interessare tante persone, offrendo un messaggio nel quale si riconosce il valore del lavoro e dello sviluppo, proprio in quanto espressione della vitalità delle persone”.  

Ha annunciato la predisposizione di un Piano triennale per il lavoro. Quali sono le linee-guida del progetto?

“Il Piano triennale corrisponde, da un lato, alla residua durata della legislatura e, dall’altro, a un arco temporale idoneo ad accompagnare il nostro Paese e la nostra base produttiva di beni e servizi verso la ripresa del commercio globale. Le nuove caratteristiche della crescita dell’economia internazionale pongono il pericolo di una crescita senza occupazione. Quindi, prima di tutto, il Piano triennale deve promuovere la formazione di quelle competenze che servono alla crescita. In secondo luogo deve garantire alta intensità occupazionale alla crescita economica e cioè, a parità di crescita, più posti di lavoro. E questo significa liberare il lavoro dal sovraccarico ideologico che lo ha sempre visto particolarmente contratto nella nostra società. In poche parole, dobbiamo fare in modo che si determini una maggiore propensione ad assumere, rimuovendo tutto ciò che inibisce questa scelta da parte di molti datori di lavoro”.

Quella della formazione è, in realtà, la storia di un grande fallimento. Adesso i nuovi governatori dovranno dare attuazione all’intesa realizzata con il governo e le parti sociali. Che motivi hanno gli italiani per credere di essere davvero alla vigilia della svolta?

“Io credo che ci sia oggi una maggiore consapevolezza circa l’utilità e la necessità della formazione. E questa consapevolezza spiega l’accordo unanime Stato-Regioni-parti sociali, in un contesto molto conflittuale che ha visto in ciò un raro momento di concordia. Eppure i contenuti dell’accordo sono sovversivi rispetto alle prassi consolidate, perché prevedono, intanto, di analizzare i fabbisogni professionali in tempo reale. In secondo luogo, l’accordo prevede l’avvio sperimentale della certificazione di mestiere, cioè di una certificazione sostanzialistica di ciò che una persona sa fare. In terzo luogo, l’accordo dice che bisogna abbandonare la formazione per materie in ambito scolastico per sostituirla con formazione per compiti, per competenze in un ambito lavorativo. Non più mondi separati quindi, come l’ideologia ha voluto, ma forte integrazione della scuola, dell’università e della formazione con il mercato del lavoro”.

E’ il rilancio della formazione la prima risposta alla disoccupazione e all’inattività giovanile?
“Sì. La risposta è inesorabilmente quella, faticosa ma obbligata, dell’investimento nelle conoscenze e nelle competenze dei giovani attraverso una forte integrazione fra apprendimento ed esperienza lavorativa. Perché non ci sono incentivi, non ci sono sussidi che possano dare una risposta efficace. Né ci possono essere nuove illusorie regolazioni dei rapporti di lavoro, che avrebbero l’effetto di escludere ancor più i giovani dall’accesso al mercato del lavoro”.

Nell’ambito del Piano triennale rientra anche la riforma dello Statuto dei Lavoratori. Perché volete cambiarlo?
“Quarant’anni fa lo Statuto dei lavoratori fu voluto dai riformisti e contestato dai comunisti: basta andare a rileggere la posizione parlamentare del Pci, e soprattutto le fortissime critiche rivolte allo stesso Statuto dalla rivista giuridica della Cgil, per capire come, anche allora, la sinistra politica e sociale di radice comunista perse il treno e non partecipò di uno strumento che per molti anni si è rivelato utile a produrre un lavoro di qualità. Oggi, a quarant’anni da allora, possiamo pensare ad una regolazione di legge molto più essenziale, riferita ai diritti fondamentali nel lavoro, che devono essere riconosciuti a tutte le persone, per rinviare alle parti sociali, alla loro capacità di reciproco adattamento nei diversi contesti territoriali, settoriali, aziendali, la regolazione nei rapporti di lavoro di molte tutele. In modo da conciliare le esigenze della competitività con quelle della promozione di un lavoro di qualità”.

A due anni dall’inizio dell’attività di governo, qual è il provvedimento da lei varato del quale va più orgoglioso?
“Credo molto, in particolare, nella detassazione della parte variabile del salario. Da un lato, questa corrisponde ad una linea di tendenza che prevede di spostare il baricentro del nostro sistema fiscale dal lavoro alle cose e ai consumi. Dall’altro, significa riconoscere la partecipazione del lavoratore ai risultati e, se possibile, agli utili stessi dell’impresa. E’ una prima sperimentazione che vogliamo allargare, quando l’andamento dell’economia e della finanza pubblica ce lo consentirà, e che troverà una forma definitiva all’interno della riforma fiscale. Quel provvedimento, assunto nel primo Consiglio dei ministri di Napoli, ha incoraggiato la conclusione del negoziato per la riforma del modello contrattuale, durato circa dodici anni. Ma soprattutto, durante il nostro governo, sono cambiate le relazioni industriali. Nel senso che i contratti sono stati quasi sempre, con la firma della stessa Cgil, conclusi non solo in modo più coerente con l’impianto del nuovo modello contrattuale, ma soprattutto in modo più rapido. Insomma, crediamo di avere concorso a produrre la fine del cosiddetto conflitto distributivo, che ha caratterizzato a lungo le nostre relazioni industriali, perché siamo stati il Paese del più grande Partito comunista dell’Occidente”.

Qual è, invece, l’errore che non rifarebbe?

“Credo di avere evitato gli errori grazie al fatto di avere sempre seguito, nelle decisioni di governo, il metodo del dialogo sociale, di un dialogo sociale che decide, che rifiuta il potere di veto di alcuni dei partecipanti e che si è sempre, quindi, concluso con decisioni largamente condivise”.

Quanto è stato messo in pratica ad oggi delle idee che furono di Marco Biagi e quanto vi resta da fare?
“Molto è stato fatto sulla carta. Molto resta da fare nella realtà. Basti pensare ai nuovi contratti di apprendistato: sono istituti straordinariamente proiettati verso i bisogni del presente e del futuro; sono lo strumento principe per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e per ricostruire competenze che spesso il sistema educativo non ha omologato, ma sono ancora poco utilizzati. Così altre parti delle legge non sono ancora adeguatamente tradotte nella realtà. La legge Biagi e le intuizioni di Biagi sono un giacimento ancora in parte inespresso, alla cui valorizzazione stiamo lavorando”.

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