martedì 10 aprile 2012
giovedì 5 aprile 2012
Anche a quelli che pensano che non fu altri che un uomo…Buona Pasqua
Si chiamava Gesù
Fabrizio De André– 1967
Venuto da molto lontano
a convertire bestie e gente
non si può dire non sia servito a niente
perché prese la terra per mano
vestito di sabbia e di bianco
alcuni lo dissero santo
per altri ebbe meno virtù
si faceva chiamare Gesù.
Non intendo cantare la gloria
né invocare la grazia o il perdono
di chi penso non fu altri che un uomo
come Dio passato alla storia
ma inumano è pur sempre l’amore
di chi rantola senza rancore
perdonando con l’ultima voce
chi lo uccide fra le braccia di una croce.
E per quelli che l’ebbero odiato
nel Getsemani pianse l’addio
come per chi l’adorò come Dio
che gli disse sia sempre lodato,
per chi gli portò in dono alla fine
una lacrima o una treccia di spine,
accettando ad estremo saluto
la preghiera l’insulto e lo sputo.
E morì come tutti si muore
come tutti cambiando colore
non si può dire che sia servito a molto
perché il male dalla terra non fu tolto
ebbe forse un po’ troppe virtù,
ebbe un nome ed un volto: Gesù.
Di Maria dicono fosse il figlio
sulla croce sbiancò come un giglio.
mercoledì 4 aprile 2012
martedì 3 aprile 2012
Il vizio tutto nostro di crearci il nemico
di Giampaolo Pansa
Ha fatto bene Libero a riproporre l’elenco degli ottocento vip di sinistra pronti a linciare il commissario Luigi Calabresi. Lo considero un documento di valore storico. La testimonianza più veritiera di un’epoca orribile dove troppi intellettuali, o presunti tali, non provarono vergogna nell’indicare un cittadino senza colpe come un mostro da eliminare. Nello stesso tempo, la lista del disonore mi ha costretto a pormi una domanda: quell’epoca è davvero finita? Oppure ben poco è cambiato nei quarant’anni che ci separano dall’assassinio di Calabresi?
La mia risposta è che non sia cambiato quasi nulla. È rimasto intatto il vizio italiano di costruirsi un nemico, per poi isolarlo e abbatterlo. Non sto parlando del conflitto politico che può essere molto duro. Ma di una malattia più profonda che spinge a comportamenti demenziali. E trasforma tutti in apprendisti assassini che, con le parole e gli scritti, mimano di continuo il gesto di dare una morte violenta a chi non è uguale a te.
È un ributtante gioco di ruolo che abbiamo visto applicato dalla sinistra contro Silvio Berlusconi. Per diciassette anni, il Cavaliere è stato l’uomo nero di tante fazioni rosse. Un criminale da giustiziare, un dittatore da uccidere. Anch’io, all’inizio, ho partecipato a questo rito di massa. Quando ho cominciato a rifiutarmi di bruciare il fantoccio di Silvio, mi sono reso conto che milioni di persone continuavano l’assalto. Un film di Nanni Moretti, Il Caimano, ce lo rammenta ancora oggi.
A sua volta la destra ha odiato Romano Prodi, prima ancora che scendesse in campo per tentare di sconfiggere Berlusconi in una competizione elettorale. I giornali del biennio 1995-1996 sono lì a testimoniare un’avversione profonda per il Professore. Un bacchettone sadico. Capace di godere del dolore degli altri. Un politico a metà fra l’anelito marxista e qualche predicozzo da monsignore. Una mummia cattocomunista. Un Robin Hood al contrario, sempre disposto a prendere ai poveri per darlo ai ricchi, ad Agnelli, a De Benedetti, alle grandi banche.
Tuttavia, ai danni del Professore la teoria della necessità di costruirsi un nemico ha presentato una variante singolare. Anche a sinistra Prodi è stato bollato con asprezza volgare. Persino Max D’alema, che pure lo aveva sostenuto al tempo del suo primo governo (1996-1998), si scatenò contro di lui. Accadde quando il Professore, ormai ex premier, si propose di fondare un proprio gruppo politico: i Democratici, con il simbolo dell’asinello.
Nel marzo 1999, parlando a un congresso dei Verdi a Montecatini, D’alema, in quel momento successore di Prodi a Palazzo Chigi, irrise la ricetta politica del Prof così: «Ci mettiamo un po’ di ambientalismo, che va di moda. Poi un po’di sinistra, ma per carità alla Tony Blair che è sufficientemente lontano da noi. Infine un po’ di cattolicesimo popolare e un po’ di giustizialismo, altro tema di moda».
Tre giorni dopo, Ellekappa, la vignettista dell’Unità, oggi in forza tutti i santi giorni su Repubblica, cominciò a storpiare il nome di Prodi, chiamandolo Frodi. Nel frattempo, il Professore diventava il nemico di molti elettori dell’ulivo, infuriati perché non si era accordato con Rifondazione comunista. In quell’epoca lavoravo all’espresso e ricevetti un fiume di lettere contro di lui.
Una soprattutto mi colpì, perché rappresentava l’applicazione pratica della teoria sull’amico che diventa nemico. Era firmata da quattordici «ex ulivisti» e dipingeva Prodi con una volgarità senza limiti: «Prete spretato, falso Andreotti, cattolico rancoroso, vendicativo uomo di chiesa. Ombroso. Antipatico. Ipocrita. Voltafaccia. Banderuola. Solo una colpa abbiamo: quella di averlo stimato e sostenuto. Ai preti spretati nascono spesso figli ciechi. È quello che auguriamo a Prodi».
Era andata molto peggio a Bettino Craxi. Dalla pioggia di monetine in poi, divenne il Nemico pubblico numero uno di una quantità di partiti e di fazioni. Oggi il leader del Psi è scomparso da tempo. Ma se fosse ancora vita, l’essere un politico a riposo non lo salverebbe dall’odio di chi cerca a tutti i costi un avversario da distruggere. Lo conferma il fatto che qualunque tentativo di rileggere la storia di Craxi con un minimo di distacco viene dissuaso dall’insorgere di una rabbia irrazionale.
Mi domando che cosa potrà accadere in futuro a Mario Monti, il premier in carica. Non è vero che abbia dalla sua parte tutta l’informazione. Lo testimonia anche Libero. Ma questo appartiene alla normale dialettica pubblica. Non è così per l’assalto condotto dalle fazioni lunatiche della sinistra: l’Idv di Tonino Di Pietro, la Sel di Nichi Vendola, Rifondazione comunista di Paolo Ferrero, il partitino di Oliviero Diliberto, ammesso che esista ancora.
Forse il professor Monti non era preparato a una lotta politica fondata sul principio del nemico da abbattere. Penso, e mi auguro, che terrà duro. Ha il carattere, l’astuzia e l’intelligenza per riuscirci. Ma non è un affare da poco sperimentare per la prima volta nella vita la volgarità minacciosa degli attacchi personali. Robaccia che ti conferma la sensazione di essere un bersaglio da annientare.
Se ne sta accorgendo il capo della Procura di Torino, Gian Carlo Caselli. Aveva una lunga esperienza delle minacce del terrorismo brigatista e della mafia. Ma oggi sembra in preda allo sconcerto nel vedersi inseguito dai gruppi della sinistra antagonista. Si lamenta, invoca la civiltà del dibattito. Tuttavia non ha battuto ciglio quando altri si trovavano, e ancora si trovano, alla prese con lo stesso genere di violenza.
Chi deve stare molto attento a non alimentare la caccia al nemico è il più forte dei sindacati italiani, la Cgil. Confesso di non nutrire alcuna simpatia per il suo leader, Susanna Camusso. Capisco che avere alle costole un avversario interno come la Fiom di Maurizio Landini non sia comodo. Ma ho l’impressione che la sua politica, non soltanto sull’articolo 18, sia molto rischiosa per la pace sociale del paese. Almeno quanto i licenziamenti e la chiusura di aziende.
La Camusso e il gruppo dirigente della Cgil hanno scelto la strada degli slogan incendiari. Il contrario di quanto sarebbe saggio fare in un’epoca di recessione molto difficile e che potrebbe durare a lungo. La compagna Susanna sta alimentando una rozza lotta di classe. Rivolta contro chiunque guadagni più di un operaio o di un impiegato. È questo presunto ricco l’uomo nero da indicare al disprezzo del proletariato, in un parola da identificare nel nemico.
Dove può condurre la strada dell’agitazione ininterrotta che la Cgil sembra voler perseguire? Lo sbocco è uno solo: il rischio di intossicare il clima del paese. E senza nessuna contropartita, se non quella di innescare una reazione uguale e contraria dei moderati.
Anche il più inerte degli avversari tollera un primo colpo, poi un secondo e pure un terzo. Ma alla fine si sveglia perché l’istinto a sopravvivere non può essere represso all’infinito. Un vecchio detto consiglia: temete l’ira dei calmi.
Quando vedo alla televisione la signora Camusso, con i suoi formidabili occhi azzurri e la mascella quadrata, mentre lancia slogan di battaglia, vengo colto da un sospetto. Forse la leader della Cgil non ha imparato nulla dalla storia italiana di questo dopoguerra. Luciano Lama diceva: «Chi tratta vince». Sono tentato di aggiungere: «Chi grida perde». E qualche volta scompare nell’incendio che lui stesso ha acceso.
da Libero del 1/4/2012
lunedì 2 aprile 2012
La Giunta approva il piano occupazionale del Comune per il triennio 2012-2014
Con la delibera n 30 del 31 Marzo 2012 la Giunta approva un piano occupazionale del Comune di Casola Valsenio che, a fronte di una dotazione organica di 28 unità vede attualmente in servizio 20 unità.
Nel triennio e nelle more della legislazione vigente si prevedono queste assunzioni:
n. 1 unità collaboratore professionale, categoria B, posizione economica B3, mediante esperimento della mobilità e, in caso di esito negativo mediante scorrimento di graduatoria di concorso pubblico vigente;
n.1 unità istruttore, categoria C, posizione economica C1, mediante esperimento della mobilità
La Uil con una propria nota rileva la necessità e l’opportunità di ricoprire il posto di istruttore direttivo vacante dal Gennaio 2011.
Valenti propone un progetto di sostanziale cambiamento per Riolo Terme
“Insieme per Riolo” è la lista presentata dal candidato sindaco VINCENZO VALENTI per battere la sinistra a Riolo Terme.
Il candidato sindaco Valenti ha dichiarato che anagraficamente la lista è più vecchia di quella del centro sinistra ma che ha voluto puntare sull’esperienza.
Tutti i dieci candidati infatti hanno grandi competenze nei loro settori di appartenenza, e questo non può essere che un vantaggio.
Due i capisaldi sui quali si baserà il programma: restituire a Riolo Terme l’identità che merita, dando senso al turismo e soprattutto alle terme, che trent’anni fa erano il punto di forza e rilancio del piccolo commercio. .
| I Candidati |
| Isabella Cantagalli Franco Baldisserri Roberto Reggiani Claudio Codrigani Miriam Pelliconi Alberto Bertoni Pier Domenico Gentilini Silvia Randi Paolo Alquati Matteo Valgimigli, | 30 anni, libero professionista 44 anni, artigiano 45 anni, imprenditore agricolo 70 anni, rappresentante 40, imprenditrice agricola 61 anni, export manager 26 anni, vigile del fuoco ausiliario 46 anni, casalinga 72 anni, geometra 35 anni operaio edile |
sabato 31 marzo 2012
Questa settimana
Tutti si chiedono con timore se il Pd stia preparando anche per i casolani la stessa spremitura che ha regalato ai faentini |
| | Occorre anche tagliare le speseoltre che aumentare le tasse. O no?!Il Comune di Milano è molto generoso: regalerà ad ogni consigliere comunale un meraviglioso iPad, il gioiellino tecnologico di casa Apple. Ma non solo, la città di Pisapia regala a tutti i consiglieri anche un telefono cellulare. Ad ogni legislatura il Comune di Milano offre ai consiglieri la possibilità di scelta tra un tablet e un computer: in molti hanno scelto l’iPad, ma c’è chi – come De Corato – confessa di aver scelto il pc perché “il tablet non lo so usare, lo prenderò più avanti”. Anche Cappato dei Radicali e Tatarella del PdL hanno scelto di mantenere il buon vecchio pc. Il leghista Morelli non vuole saperne di sentire parlare di “scandalo”: “Non siamo certo dei privilegiati, nessuno dice che lo stipendio raggiunge massimo i 1500€ al mese. E l’iPad è uno strumento indispensabile per controllare la posta, scrivere gli emendamenti e leggere la rassegna stampa”. Tutto vero, per carità, come è vero che un iPad o un computer sono utili strumenti di lavoro, ma perché questi costosi mezzi tecnologici devono essere a carico dei cittadini? Specialmente in questo periodo, e in una città che ai cittadini – quelli veri – ha già aumentato molte imposte. |
Il Papa a Cuba, un viaggionel segno della veritàLa stretta di mano col presidente, all’aeroporto dell’Avana, dopo il caffè con il lìder maximo. Il saluto alla nuova Cuba, e a quella vecchia, identificate dai due fratelli, il (troppo?) prudente Raùl e l’ormai stropicciato Fidel, che indossa sempre una tuta, anche se non è più quella militare. E il congedo e la promessa: «Continuerò a pregare ardentemente affinché continuiate il vostro cammino e Cuba sia la casa di tutti e per tutti i cubani, dove convivano la giustizia e la libertà, in un clima di serena fraternità». Il lungo volo di ritorno verso Roma, con l’arrivo a Ciampino ieri mattina, ha mandato in archivio il 23° viaggio internazionale di Benedetto XVI, che l’ha portato in Messico a Cuba. In archivio per la cronaca, ovviamente, perché di certo, per la storia, è tutta un’altra faccenda. Non c’è dubbio, infatti, che da Leòn all’Avana, papa Ratzinger ha marcato un nuovo, deciso, passo del suo itinerario di evangelizzatore, costruito su un annuncio della Parola che, senza enfasi, non lascia niente indietro e non fa sconti a nessuno. A confronto con due facce pubbliche opposte dell’America Latina, il "laicissimo" Messico ultraliberista e il comunismo in salsa cubana, entrambe calate nella fede entusiasta e coraggiosa di due popoli mai piegati nel loro credere dalle condizioni difficili, spesso avverse, in cui hanno vissuto e vivono, Benedetto XVI ha vinto una nuova sfida che appariva impossibile. Quella, per capirsi, di riuscire a parlare a uno stesso tempo al cuore e alla ragione per arrivare alla verità, mentre si parla di Dio. Come nell’ultima omelia in Plaza de la Revolucion all’Avana a Cuba, quando ha ricordato come «alcuni, come Ponzio Pilato, ironizzano sulla possibilità di poter conoscere la verità, proclamando l’incapacità dell’uomo di raggiungerla o negando che esista una verità per tutti», atteggiamento che «come nel caso dello scetticismo e del relativismo, produce un cambiamento nel cuore, rendendo freddi, vacillanti, distanti dagli altri e rinchiusi in se stessi»; tutto ciò mentre, dall’altra parte, «ci sono altri che interpretano male questa ricerca della verità, portandoli all’irrazionalità e al fanatismo, per cui si rinchiudono nella "loro verità" e cercano di imporla agli altri». Per superare tutto questo, per il Papa, bisogna convincersi come fede e ragione siano «necessarie e complementari nella ricerca della verità», perché «Dio ha creato l’uomo con un’innata vocazione alla verità e per questo lo ha dotato di ragione. Certamente non è l’irrazionalità, ma l’ansia della verità quello che promuove la fede cristiana». Ogni essere umano deve scrutare la verità ed optare per essa quando la trova, anche a rischio di affrontare sacrifici». Così, e solo così, si arriva a fondare un’etica che riconosca la dignità inviolabile dell’essere umano e possa avvicinare gli uomini tra loro. È l’impegno speciale a cui, dal Messico a Cuba, papa Ratzinger ha chiamato in primo luogo tutti i credenti, stimolando – ancora una volta – una presenza dei cristiani non annacquata. L’ha fatto fin dal suo definire «schizofrenica» la tendenza di tanti cristiani, specie in politica, di ritenere di poter avere un’etica privata diversa da quella pubblica. È l’ha poi ripetuto nelle piazze di Leòn, di Santiago, dell’Avana, esigendo dai cristiani un impegno fattivo e costruttivo, aperto al dialogo e fiducioso. È così che si combatte la violenza, in tutte le sue forme, ed è così che si lotta per la giustizia e per la libertà. Nessuna rivendicazione astratta, niente toni lamentevoli. No. Invece, l’esortazione ininterrotta, vibrante, a cercare, nella fede vissuta con convinzione, con tenacia, quella «verità sull’uomo» che è «presupposto ineludibile per raggiungere la libertà, perché in essa scopriamo i fondamenti di un’etica con la quale tutti possono confrontarsi e che contiene formulazioni chiare e precise sulla vita e la morte, i doveri ed i diritti, il matrimonio, la famiglia e la società, in definitiva, sulla dignità inviolabile dell’essere umano». Salvatore Mazza |
venerdì 30 marzo 2012
Aveva detto
Siamo oltre la metà del mandato dell’Amministrazione Iseppi che scadrà nella primavera del 2014. Andiamo a vedere, allora, giorno dopo giorno, quali impegni erano stati assunti nel Giugno 2009 che ancora non sono stati onorati e dei quali si parla poco o nulla
Nel programma elettorale di Iseppi al punto 2 “Uno sviluppo economico equilibrato ed ecologicamente sostenibile…” si leggeva:
Per ora, anche di questo impegno, non c’è traccia visibile
Lo strano caso del dirigente regionale infedele, premiato dalla Regione
“La Regione Emilia-Romagna, incomprensibilmente, concede un premio di produzione pari a 13.859 euro al dirigente Claudio Miccoli. Una medaglia riservata al dipendente infedele.
Era il 17 Dicembre 2010, quando, attraverso un’interrogazione regionale (in data 18 Febbraio 2011 sullo stesso caso presentavo anche un’interpellanza regionale), avevo informato la Giunta Errani dei problemi finanziari e di gestione collegati alla società Immobiliare Forlimpopoli S.r.l.
Dalle segnalazioni pervenutemi, era emerso il coinvolgimento diretto nella conduzione della società di un dirigente regionale del Servizio di Bacino di Ravenna.
Il Miccoli ricopriva l’incarico di amministratore unico, carica incompatibile con l’impiego a tempo pieno alle dipendenze di una pubblica amministrazione. Un’evidente anomalia. In quella fase, inoltre, l’immobiliare aveva avviato la procedura concorsuale liquidatoria.
Ci saremmo aspettati un intervento diretto della Regione Emilia-Romagna. Invece, il nulla, anzi oggi scopriamo, vergogna delle vergogne, che al Miccoli è stato pure riservata una retribuzione extra.”
Ad affermarlo è il Consigliere regionale del Pdl Fabio Filippi. “Dopo mesi – aggiunge Filippi – l’assessore regionale allo sviluppo delle risorse umane e organizzative aveva cercato di giustificare il dipendente, il quale avrebbe, a detta della Regione, fornito ‘convincenti ragguagli sull’eccezionalità della situazione in cui era venuto a trovarsi’, nel frattempo la società è stata trasferita a Vibo Valentia, in Calabria.”
Sono tredici le famiglie coinvolte nella compravendita fallimentare di immobili con la società Immobiliare Forlimpopoli. “Gli acquirenti, con il fallimento in atto, rischiano – prosegue Filippi – di perdere gli acconti versati. Ma alla Regione, evidentemente, questa cosa interessa poco. Preferisce fare finta di nulla, premiare il dipendente, lasciando sole tredici famiglie raggirate.
Questa volta è veramente stato superato il segno, la Regione, sempre più lontana dai cittadini, si concede di fare il bello e il cattivo tempo gratificando i funzionari negligenti. Ci domandiamo cosa ci sia sotto. Forse il Miccoli non è l’unico regionale ad essere coinvolto nella truffa Forlimpopoli? Interpello pubblicamente l’assessore competente e il responsabile del Servizio Tecnico Bacino di Romagna, Mauro Vannoni, affinché ci spieghino i motivi di tante attenzioni verso il dipendente infedele Miccoli.
Se il centrosinistra che guida la Regione fosse formato da persone serie, Miccoli avrebbe già fatto le valige e, a questo punto, stesso trattamento lo meriterebbero anche l’assessore regionale e il responsabile del Bacino di Romagna...”
Chiude il Riformista: una delle poche voci equilibrate ed autorevoli del centro sinistra
Il Riformista chiude, domani sarà in edicola con l’ultimo numero, la solidarietà è bipartisan ma l’addio è amaro per la nuova voce che l’informazione italiana vede venir meno in un momento di forte crisi per il settore editoriale.
«Con grande amarezza vi diciamo che tutti i tentativi fatti per salvare il salvabile, non hanno avuto esito positivo. L’assemblea dei soci, quindi, ha deciso di affidare a un liquidatore l’amministrazione della cooperativa e di sospendere la pubblicazione del giornale», scrive il direttore Emanuele Macaluso (in foto) nell’editoriale che uscirà nel numero in edicola domani. E spiega: «comunque vadano le cose, da oggi non sarò più il direttore di questo giornale».
“COOP E SINDACATI NON CI HANNO AIUTATO”
Nel suo lungo e amaro editoriale si toglie anche qualche sassolino dalle scarpe: «dispiace che in un momento difficile per il giornale, e amarissimo per me, ci sia stato qualcuno che in redazione con il suo agire scorretto mi ha costretto a chiudere in modo brusco il mio impegno che ho profuso con disinteresse e passione. Infine, voglio ribadire che non ce l’abbiamo fatta, anche per ragioni politico-editoriali, per nostre, soprattutto mie, deficienze. Non ce l’abbiamo fatta, come ho detto in altre occasioni, anche perchè chi poteva darci una mano, soprattutto il movimento cooperativo con la pubblicità che concede a destra e a manca, ma anche il sindacato, non ce l’ha data. È un segno dei tempi. Ma non mi arrendo».
giovedì 29 marzo 2012
mercoledì 28 marzo 2012
E’ bastato il baluginare di una bandiera rossa e l’Italia rischia la rovina
La favola bella è finita? Forse si. Resta la pulsione acchiappatutto di una sinistra che governare non può e lasciar governare non vuole. L’eterna sinistra all’italiana, mai andata a Bad Godesberg per ripulirsi dalle incrostazioni massimaliste e dalle velleità rivoluzionarie residuate dalla novecentesca società delle masse. Mai disposta a correre il rischio di un nuovo inizio “socialdemocratico”, per sfiducia verso la propria capacità di sintonizzarsi per un tratto di strada su menti e cuori della maggioranza sociale, e perciò timorosa di fare le spese della rottura a sinistra che è sempre il prezzo del cambiamento.
Una sinistra avvezza a surrogare il deficit di appeal democratico con il potere di organizzare il sabotaggio del governo in carica per metterlo nell’impossibilità di fare presa sulla realtà del Paese. È stata questa la storia infinita dell’anomalia italiana, dal tramonto dell’età emergenziale di De Gasperi a Berlusconi. Stavolta è sembrato possibile scampare alla punizione dei mercati con un tuffo nel patriottismo di un governo di tregua, sorretto dalla rinuncia al sacro egoismo partitico. “Tutti per l’Italia”. Ma era troppo chiedere alla sinistra di Bersani.
È bastata la ricomparsa dell’art.18 per eccitare le frange lunatiche della sinistra con il ricordo della vittoriosa battaglia d’arresto scatenata, sulla pelle del Paese, contro il secondo Governo Berlusconi. La tentazione di ripetere il colpo contro la riforma del mercato del lavoro azzardata dal governo Monti si è fatta irresistibile, e ha trascinato con sé il partito di Bersani, in un gioco d’anticipo volto a sfruttare l’occasione delle elezioni amministrative per ipotecare il risultato delle politiche che seguiranno.
Se il governo dei professori non fosse stato spossessato del ricorso all’approvazione per decreto della riforma, e se non si fosse trovato conveniente sovreccitare il clima con lo svolgimento puntuale di una tornata amministrativa che sarebbe stato ragionevole rinviare, le cose avrebbero preso un’altra piega. Così non è stato e il “caveat” lanciato da Seoul dimostra che Monti ha mangiato la foglia. Il suo rifiuto di ridursi a trastullo delle consorterie partitiche, ha il senso di un monito. Ricorda la reazione di De Gaulle quando si cercò di negargli i pieni poteri richiesti per salvare la Francia: “Se è così non mi resta che tornare a Colombey e chiudermi nel mio dolore, lasciandovi alle prese con i paracadutisti”. Solo che in questo caso a calare dall’alto sui profittatori dell’emergenza sarebbe lo spread manovrato dai mercati finanziari.
L’inciampo dell’art.18 non è l’unico elemento comune sul cammino di Monti e Berlusconi: decisiva sarà la sfida per il taglio della spesa pubblica, necessario per contenere la pressione fiscale. Senza di che ogni speranza di ripresa economica sarà strozzata in culla dalle tasche vuote dei tartassati.

