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venerdì 28 gennaio 2011

Raggiunto l’accordo con i comuni. Avanti tutta verso la riforma epocale del federalismo. Mai un governo di sinistra avrebbe portato a compimento una rivoluzione liberale di questa portata. In barba a quelli che vogliono fare credere che il Governo sia inattivo e paralitico

2386699586_1721b57e79Cedolare secca al 21% per i contratti a canone libero e al 19% per quelli a canone concordato. Salta, invece, il bonus di 400 milioni di euro a favore delle famiglie numerose in affitto. Ma i proprietari immobiliari che opteranno per la tassazione forfettaria saranno obbligati a rinunciare per iscritto (con raccomandata con ricevuta di ritorno da inviare agli inquilini) alla possibilità di aumentare il canone di locazione.
E non potranno adeguarlo nemmeno all'indice Istat. L'ultima versione del decreto legislativo sul fisco municipale, presentata dal ministro Roberto Calderoli nella Bicamerale per il federalismo, rimescola nuovamente le carte sulla cedolare. E accontenta i comuni su tutta la linea.

Umberto Bossi del resto era stato chiaro: ai sindaci bisogna dare tutto per chiudere il prima possibile la partita sulla «madre di tutte le riforme», aveva detto il leader della Lega. E così è stato. I comuni avevano chiesto di poter tornare a usare la leva fiscale già da quest'anno per far quadrare i bilanci. E potranno farlo. Ma non tutti.

L'addizionale Irpef, congelata da Tremonti nel 2008, potrà essere aumentata negli enti che fino ad oggi applicavano un'aliquota inferiore allo 0,4%. Chi non l'aveva ancora introdotta potrà farlo, ma il tributo non potrà superare lo 0,4% né crescere in misura superiore allo 0,2% annuo. Come richiesto dai sindaci, sarà un dpcm da emanarsi in tempi stretti (60 giorni) a disciplinare la graduale cessazione del blocco. Ma se questo provvedimento non dovesse arrivare in tempo, i municipi potranno fare da sé in modo da far entrare in vigore gli aumenti già nel 2011.
I comuni avevano anche chiesto certezze sull'aliquota dell'Imu, la nuova imposta municipale che dal 2014 sostituirà l'Ici sulle seconde case e l'Irpef fondiaria. E le hanno avute. Abbandonata l'idea di far definire dalla legge di stabilità o da un decreto il livello di tassazione, il nuovo dlgs depositato da Calderoli dà già i numeri: 0,76% di aliquota base che i comuni potranno aumentare (o diminuire) dello 0,3% o dello 0,2% se l'immobile su cui grava l'Imu è stato dato in affitto. Per gli immobili non produttivi di reddito fondiario, o posseduti da soggetti passivi Ires, l'aliquota dello 0,76% potrà essere ridotta fino alla metà.

Le fonti di finanziamento dei comuni. Dal 2011, oltre alla compartecipazione Irpef al 2% (circa 2,6 miliardi), i comuni avranno il 30% del gettito dei tributi immobiliari (imposte di registro, di bollo e ipocatastali) devoluti e, altra novità dell'ultim'ora, il 21,7% del gettito della cedolare secca (nel 2012 la quota scenderà al 21,6%). A differenza di questi ultimi due cespiti, però, il gettito della compartecipazione Irpef non affluirà nel Fondo di riequilibrio, ma sarà devoluto al comune nel quale il contribuente ha il domicilio fiscale. La quota di cedolare che andrà a gonfiare il Fondo di riequilibrio potrà comunque variare se dai calcoli della Copaff dovesse emergere una sovrastima del relativo gettito. E se così fosse potrà essere incrementata con decreto del Mef. Dal 2014 i comuni avranno anche il 30% del gettito dei tributi relativi al trasferimento di immobili.

Il fondo di riequilibrio. Il Fondo di riequilibrio, che dovrà gestire il passaggio graduale al federalismo fiscale, durerà tre anni e verrà suddiviso tra i comuni in relazione ai fabbisogni standard. Fino al 2013 il 30% del Fondo sarà distribuito tra i comuni in relazione al numero dei residenti. Un ulteriore 20% andrà ai comuni che hanno deciso di esercitare le funzioni fondamentali in forma associata. Un obbligo, previsto dal dl 78/2010 (art. 14 comma 28) per tutti i piccoli comuni, ma finora rimasto lettera morta per mancanza del regolamento attuativo.

Lotta all'evasione. Confermati anche nell'ultima versione del dlgs gli incentivi a favore dei municipi che collaboreranno col Fisco nella lotta all'evasione. Potranno avere il 50% delle somme recuperate all'Erario, anche se non riscosse a titolo definitivo, e il 75% delle maggiori sanzioni (quadruplicate) a carico di chi non aderirà entro il 31 marzo alla regolarizzazione degli immobili fantasma.

Cedolare secca. Oltre alla variazione delle aliquote e alla previsione (definita a scanso di equivoci «inderogabile») della obbligatoria rinuncia all'aumento del canone, la nuova versione del dlgs precisa il paniere di tributi che verranno assorbiti dalla cedolare. Chi sceglierà la tassazione a forfait pagherà in un colpo solo, versando a seconda dei casi il 21 o il 19% del canone, l'Irpef sul reddito da locazione (e relative addizionali), le imposte di registro e bollo sul contratto e anche il bollo sulla risoluzione o sulla proroga dello stesso.

Imposta di soggiorno. Anche sull'imposta di soggiorno i sindaci l'hanno avuta vinta su tutta la linea. Avevano chiesto che il nuovo tributo potesse essere applicato non solo dai comuni capoluogo, ma anche da tutte le località turistiche e le città d'arte. E così è stato. E soprattutto volevano poter far scattare subito il nuovo balzello (fino a 5 euro a notte) senza dover attendere alcun decreto attuativo. E anche su questo sono stati accontentati. Il decreto, se ci sarà, dovrà essere emanato entro 60 giorni altrimenti i municipi potranno fare da sé. Il gettito dell'imposta di soggiorno sarà destinato a finanziare interventi in materia di turismo, manutenzione, fruizione e recupero dei beni culturali e ambientali.

Imposta di scopo. L'imposta di scopo (addizionale dello 0,5 per mille sulla base imponibile Ici), istituita dalla Finanziaria 2007, e rivelatasi un clamoroso flop, essendo stata adottata da qualche decina di comuni, viene rivitalizzata dal decreto sul federalismo. Prevedendo innanzitutto che possa essere applicata per la realizzazione di opere ulteriori rispetto a quelle individuate dalla legge n. 296/2006 (tpl, opere viarie, arredo urbano, risistemazione di parchi e giardini, parcheggi pubblici, restauro e conservazione di beni artistici e architettonici, allestimenti museali e biblioteche, manutenzione straordinaria delle scuole). Aumenta, inoltre, la durata massima della tassazione di scopo, che passa da cinque a dieci anni, e si prevede che il gettito dell'imposta possa finanziare l'intera spesa dell'opera da realizzare (e non solo il 30% come previsto nel 2006).

Imposta municipale propria. Oltre alla definizione dell'aliquota al 7,6 per mille, l'altra novità in materia di Imu, inserita nell'ultima versione del dlgs, riguarda le modalità di pagamento: non più quattro rate, ma due con le stesse scadenze (16 giugno e 16 dicembre) dell'Ici.

Imposta sui trasferimenti immobiliari. L'ex Imu sui trasferimenti immobiliari torna a essere un tributo statale con aliquote leggermente ritoccate rispetto a quelle attuali: 9 e 2% (per l'abitazione principale).

Tarsu-Tia. Un successivo dlgs, attuativo della legge delega sul federalismo, riordinerà tutta la materia della tassazione sui rifiuti, tenendo conto della superficie dell'immobile, della rendita catastale, della composizione del nucleo familiare e del reddito (Isee). Fino a quando questo decreto non sarà emanato, continueranno ad applicarsi i regolamenti comunali che hanno optato per la Tarsu o per la Tariffa di igiene ambientale. I municipi che lo vorranno potranno comunque adottare la Tariffa integrata ambientale.

giovedì 27 gennaio 2011

Il federalismo che verrà

Italia3Sono giorni cruciali per le sorti del federalismo municipale e, quindi, di tutta la riforma sulla quale si pronuncerà il 3 febbraio prossimo la Bicameralina. Pd e Terzo polo hanno già annunciato il loro “niet” nonostante le ultime correzioni proposte da Calderoli, ma se i Comuni vedranno soddisfatte le loro aspettative e assumeranno un atteggiamento positivo, per le opposizioni sarà difficile giustificare il no pregiudiziale.

  • I nodi sono quelli noti: 
    lo sblocco dell’addizionale Irpef, congelata da quasi dieci anni, su cui il governo mantiene una posizione molto prudente, legata al timore di far aumentare la pressione fiscale, 
    l’applicazione a tutti i Comuni (e non solo ai capoluoghi) della tassa di soggiorno, appena introdotta. 
    la nuova imposta municipale unica (Imu), che i Comuni vorrebbero già indicata e fissata per tre anni nel decreto

Si tratta di problemi molto controversi, sui quale comunque il governo ha assunto un atteggiamento di dialogo a oltranza con l’Anci. Quello che propone Calderoli non è un via libera indifferenziato per tutti sull’addizionale Irpef, ma uno sblocco determinato dalla situazione fiscale dei singoli comuni. Se andasse in porto questa ipotesi di mediazione, sarebbero 4.840 sindaci, il 59,8 per cento del totale, a poter o introdurre l’addizionale Irpef (fino allo 0,4%) o aumentarla dello 0,2%.

La controproposta dell’Anci passa invece dall’abolizione della norma sul congelamento delle aliquote locali prevista dalla Finanziaria 2008 e da una maggiore libertà d’azione per i sindaci nel triennio 2011-2013. Oggi l’aliquota media applicata dai comuni italiani è dello 0,34%, e produce un gettito di 2,88 miliardi di euro. Se passa la proposta dell’Anci, questo tesoretto potrebbe arrivare fino a 3,76 miliardi, una boccata d’ossigeno per i tanti sindaci in difficoltà a far quadrare i bilanci. Il problema è che questa ipotesi gradita dai sindaci comporterebbe un aumento complessivo della pressione fiscale, alimentando la polemica già esplosa con l’introduzione della tassa di soggiorno.

Il governo, comunque, considera i comuni come i veri protagonisti del federalismo municipale e si è detto disponibile ad accogliere molte delle loro proposte emendative. In questa situazione non è escluso che ancora una volta le opposizioni, facendo prevalere i motivi della strumentalizzazione politica rispetto al confronto sul merito del testo legislativo, si ritrovino con il cerino in mano di fronte al Paese.

venerdì 21 maggio 2010

Federalismo fiscale, atto primo. Il consiglio dei ministri ha approvato in via definitiva il dlgs sul trasferimento del demanio. I beni di stato a regioni ed enti locali. Per essere valorizzati.

fiume-250 Il federalismo demaniale taglia il traguardo al fotofinish. L'approvazione definitiva da parte del consiglio dei ministri è giunta ieri, giusto in tempo prima che scadesse il termine affidato al governo dalla legge n. 42/2009 per emanare il primo atto concreto del federalismo. Un passaggio solo formale quello in cdm dopo l'accordo politico raggiunto in Commissione bicamerale dove il testo è stato profondamente rivisto accogliendo molti dei rilievi delle opposizioni.
Passeranno dunque gratuitamente a comuni, province, città metropolitane e regioni, i beni demaniali e quelli del patrimonio disponibile dello stato (che valgono 3,2 miliardi di euro). Saranno gli enti a decidere cosa farne: se tenerli e farli fruttare oppure cederli, dopo averli valorizzati. In questo caso il 75% dei proventi realizzati dovrà essere destinato a ridurre l'indebitamento o, se non ci sono debiti, per spese di investimento. Il restante 25% confluirà nel Fondo per l'ammortamento dei titoli di stato.
In ossequio al principio di sussidiarietà i beni del demanio saranno attribuiti prioritariamente ai comuni salvo che, si legge nel dlgs, «per l'entità o tipologia del singolo bene o del gruppo di beni, esigenze di carattere unitario richiedano l'attribuzione a province, città metropolitane o regioni».
I beni trasferibili. Alle regioni andranno i beni del demanio marittimo (spiagge, porti, rade, lagune, le foci dei fiumi che sboccano in mare e i canali utilizzabili ad uso pubblico marittimo) e quelli del demanio idrico (fiumi, torrenti, laghi e isole al loro interno) ad eccezione dei fiumi di ambito sovraregionale (il Po, per esempio, ma anche il Tevere, l'Adige etc.) e dei laghi di ambito sovraregionale (lago di Garda e lago Maggiore). Ma per quest'ultima ipotesi un'intesa tra le regioni interessate potrà sbloccare la cessione dei laghi.
Alle province andranno i laghi chiusi privi di emissari di superficie racchiusi nel territorio di una sola provincia. E anche le miniere (con le relative pertinenze ubicate su terraferma) ad eccezione dei giacimenti petroliferi e di gas.
Le regioni dovranno devolvere alle province una quota dei proventi ricavati dall'utilizzazione del demanio idrico. In assenza di accordo tra le regioni e le province interessate sarà il governo a intervenire, fissando la quota da destinare agli enti intermedi.
La procedura di trasferimento. I beni da trasferire saranno censiti in appositi elenchi da allegare ai dpcm che dovranno essere adottati entro 180 giorni dall'entrata in vigore del dlgs. Le regioni e gli enti che intendono acquisire i beni dello stato dovranno trasmettere domanda all'Agenzia del demanio entro 60 giorni dalla pubblicazione in G.U. dei decreti. Nelle domande l'ente dovrà indicare come e con quali scopi intende servirsi dell'immobile. Se dovesse utilizzarlo in modo difforme dagli scopi indicati nella relazione trasmessa al Demanio scatteranno i poteri sostitutivi del governo.
I beni per i quali non è stata presentata domanda confluiranno in un patrimonio vincolato affidato all'Agenzia del demanio che provvederà a valorizzarli e, se del caso, ad alienarli. I beni trasferiti entreranno a far parte del patrimonio disponibile degli enti locali (ad eccezione dei beni del demanio marittimo) e potranno essere venduti solo dopo essere stati valorizzati. Sarà l'Agenzia del demanio a dare il placet rilasciando un'apposita attestazione di congruità entro 30 giorni dalla richiesta.
I beni non trasferibili. Resteranno invece nel patrimonio indisponibile dello stato gli immobili già utilizzati dalle amministrazioni erariali per finalità istituzionali, i porti e gli aeroporti di rilevanza nazionale, i beni del patrimonio culturale, le reti stradali ed energetiche, le ferrovie, i parchi nazionali e le riserve naturali. Entro 90 giorni dall'entrata in vigore del dlgs le p.a. dovranno trasmettere al Demanio l'elenco dei beni da non trasferire in periferia. L'Agenzia potrà chiedere chiarimenti, visto gli enormi costi (700 milioni di euro) che ogni anno lo stato sostiene in affitti. Nelle città sedi di porti di rilevanza nazionale potranno essere trasferite dal Demanio ai comuni le aree portuali non più utilizzate e suscettibili di riqualificazione urbanistica. Resteranno in mano allo stato anche i beni del Quirinale, del Senato, della Camera e della Corte costituzionale.
Beni della difesa. Entro un anno dall'entrata in vigore del decreto saranno individuati e attribuiti con dpcm i beni del ministero della difesa trasferibili in quanto non ricompresi tra quelli utilizzati per esigenze di difesa e sicurezza nazionale.
Fondi comuni. I beni trasferiti agli enti territoriali, dopo essere stati valorizzati, potranno confluire in uno o più fondi comuni di investimento immobiliare. Ciascun immobile verrà conferito per un valore che verrà attestato dall'Agenzia del demanio. Ai fondi comuni potrà partecipare anche la Cassa depositi e prestiti.
Nuovi beni ogni due anni. Il decreto prevede che ogni due anni possano essere attribuiti alle regioni e agli enti locali ulteriori beni resisi nel frattempo disponibili.
Cosa cambia per gli enti locali. Gli enti che hanno ricevuto beni demaniali subiranno una riduzione dei trasferimenti erariali, a decorrere dal primo esercizio finanziario successivo al passaggio di proprietà dei cespiti. Le spese sostenute per valorizzare gli immobili trasferiti saranno escluse dal patto di stabilità, ma non in assoluto. I vincoli di bilancio non si applicheranno solo limitatamente agli importi a suo tempo sostenuti dallo stato per la gestione e la manutenzione. Gli enti che acquisiranno beni demaniali riceveranno dallo Stato anche le risorse umane per gestirli. Si eviteranno così sprechi e duplicazione di costi e funzioni. In commissione bicamerale è stata infatti approvata una disposizione che impegna il governo ad assicurare «la coerenza tra il riordino e la riallocazione delle funzioni e la dotazione delle risorse umane e finanziarie, con il vincolo che al trasferimento delle funzioni corrisponda un trasferimento del personale tale da evitare duplicazioni di funzioni».
Gli enti locali in stato di dissesto non potranno vendere i beni ad essi attribuiti che potranno essere utilizzati solo per finalità di carattere istituzionale.