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lunedì 6 febbraio 2012

Dopo l’happy ending

BerlusconiL’intervista di Silvio Berlusconi al Financial Times è candida e aerea come un volo di colomba. L’astuzia serpentina del genio del male non si scorge nemmeno tra le righe. Si era proprio rotto di stare lì a fare la testa di Turco per il paese che lo odiava irrimediabilmente, l’imputato di scena per i fanatici in toga, e il pilastro di una coalizione di governo che non ha mai veramente quagliato. Per lui sembrerebbe un happy ending. Oltre tutto, qualche dubbio sul funzionamento del sistema succeduto con la “religione del maggioritario” alla Repubblica dei partiti (e della legge elettorale proporzionale) l’aveva da sempre nutrito, e talvolta espettorato. Desidera che gli si riconsoca l’eleganza del gesto delle dimissioni, il senso dei tempi di scena, e non c’è ragione di non farlo sebbene da lui si attendessero ineleganti rivoluzioni pop, non una cabaletta da opera dell’Ottocento. Ma se non era padrone di ciascuno di noi, nel senso malefico proiettato sulla sua corte dagli gnomi dell’Arcinemico, per lo meno padrone dei suoi atti lo era. Ci aveva messo del suo, nel gorgheggio e nell’organizzazione del cartello che ha cambiato l’Italia e l’ha illusa e delusa come sempre fanno i progetti di politica & potere, e se lo è ripreso con un bell’inchino.

Se il Cav. conferma in Europa la natura definitiva del suo adieu, che non è un prendersi una boccata d’aria, e difende con insoliti toni blindati un governo forse utile a domare l’emergenza, un governo che incassa e lo ringrazia proprio nei giorni in cui si assiste a prove di autonomia della Camera nel confronto di sistema con i magistrati, ne risaltano inevitabilmente le responsabilità dei suoi eredi. Forse non basta che Berlusconi, l’ultimo a pensare in tempo a una successione ordinata e significativa, ripeta che Angelino Alfano è il suo delfino e che comunque saranno elezioni primarie a scegliere il numero uno alle elezioni del 2013. Può essere un punto di partenza. Ma poi è necessario avviare una discussione che coaguli forze, che definisca programmi e stabilisca quanto è robusta la delega, quali i margini effettivi di autonomia del partito o del movimento fondato dall’ex premier.

Non sono faccende semplici, e Berlusconi conferma che se ne è andato non senza rivendicare con evidente compiacimento il suo ancora alto grado di popolarità personale, la sua capacità di trascinamento, insomma un’influenza che per primo non considera esaurita. Spenderla, quell’influenza, potrebbe essere difficile come è stato difficile governare l’Italia. Il vero lascito di Berlusconi è la libertà di esistere di un paese che prima di lui non c’era, ora all’eroe popolare toccherebbe governare da una sfera quasi privata, condizione per lui invidiabile, una piccola patria politica in ambasce. E’ quel che tocca ai fondatori.

© - FOGLIO QUOTIDIANO

Giuliano Ferrara

lunedì 19 dicembre 2011

Immaginate un po’!

BerlusconiFacciamo finta di essere ancora governati da Silvio Berlusconi (è un gioco, dai). Immaginiamo una giornata di questo tipo: al mattino, come ci chiede l’Europa, il governo Berlusconi vara una manovra di lacrime e sangue. Lo fa per decreto legge, un decreto che il Presidente della Repubblica firma subito (e per questo, avete ragione, lo sforzo di immaginazione è biblico).

Quindi, Berlusconi al mattino aumenta la benzina. Fa la stangata sulla casa. Rimette l’ICI. Alza l’Irpef, l’Iva e la Tarsu. Taglia le pensioni, costringendo la gente ad aspettare (se va bene) cinque anni prima di prendere il “vitalizio”. E toglie l’indicizzazioni delle pensioni minime. Lacrime, e sangue. Sangue e lacrime.

E la sera si mette lo smoking e va a teatro. Alla prima della Scala. Con mezzo governo.

Cosa avrebbero detto i giornali d’Italia? Probabilmente ci sarebbe la gente in piazza. Con i forconi. Repubblica avrebbe fatto una edizione speciale pure per Android e Windows Mobile. Santoro sarebbe tornato in Rai. E via di questo passo.

Invece, amici miei, ecco cosa hanno scritto oggi alcuni giornali sull’uscita del vero premier, Mario Monti. Leggete un po’:

La Stampa: “E’ la prima del rigore. Meno veline e più professori, meno pelle scoperta e più commenti autorevoli, meno spreco di botox e più loden”

La Stampa: “Barenboim a Monti: “il Mondo prega per Lei”

La Stampa: “Tutti in fila a riverire il professore bocconiano”

La Stampa: “Una serata sobria come non si vedeva da tempo, segno che l’era berlusconiana è archiviata”

Corriere: “Un omaggio anche al presidente Napolitano e al premier Monti, alla loro prima uscita ufficiale, applauditi con insistenza dalla platea prima e dopo l’Inno di Mameli. E concluso da un grido “viva il Presidente!”

E’ triste, avete ragione. La stampa in Italia era molto più libera con Berlusconi. Oggi sono tutti lì con la lingua di fuori. Forza Mario. Quello sobrio. Il professore. Lo scienziato.

Viva l’Italia.

giovedì 24 novembre 2011

Ti rendo onore “o capitano, mio capitano”. Grazie per esserci stato e averci regalato vent’anni di libertà

Berlusconi-232x300Caro Silvio Berlusconi,
sono una qualsiasi dei milioni dei tuoi elettori.
Ho visto le immagini di stasera: quattro scalmanati cresciuti a odio e Santoro, che non riuscendo mai a vincere le elezioni ( e chi li vota?) si sono ridotti a festeggiare le dimissioni di una persona che invece le ha vinte tante volte. Quattro scalmanati che salutano come salvatore della patria un banchiere mai votato da nessuno (Monti), indicato da un comunista mai pentito di aver sostenuto le peggiori dittature del secolo scorso (Napolitano).

Allora ho deciso di scriverti, per ringraziarti, invece, dei vent’anni di libertà che ci hai regalato.
Ti ringrazio, perché scendendo in campo nel ’94 ci hai salvato dalla “gioiosa macchina da guerra” che avrebbe voluto fare dell’Italia un paese governato da alcune procure. Le stesse che ti hanno perseguitato per vent’anni, e se adesso quei poteri sembrano aver vinto, sappi che non potranno avere la meglio come sarebbe stato vent’anni fa, perché nel frattempo le tue incredibili vicende ci hanno aperto gli occhi. Non praevalebunt.

Ti ringrazio, perché ci hai liberato dagli inciuci della Prima Repubblica, e ci hai fatto vedere che noi cittadini possiamo scegliere il nostro premier, e anche la coalizione che ci governa. E se ci stanno riprovando, le stesse facce di allora, a ripetere la storia – figliocci della “parte oscura” della DC – adesso siamo consapevoli del fatto che quella non è l’unica politica possibile.

Ti ringrazio perché ci hai fatto vedere che quelli del cosiddetto salotto buono del paese – a partire dai direttori del Corriere, di Repubblica, insieme a tanti sussiegosi e vuoti editorialisti, incapaci di costruire alcunché nella loro vita, e insieme a vili servi dei potenti, assoldati come giornalisti “anticasta” (ma la loro è la vera casta) – ecco, quelli del cosiddetto salotto buono sono solo vogliosi di potere, sprezzanti del popolo, e per loro è insopportabile che gente al di fuori della loro cerchia possa avere accesso alle istituzioni.
Per questo non ti hanno mai tollerato: tu non sei mai stato asservito a loro, non sei uno di loro, non sei quello che ha le parole giuste, le amicizie giuste, i vestiti giusti, i modi giusti, insomma, tutto giusto al posto giusto. Tu parli come uno di noi, e, paradossalmente, pur immensamente ricco, sei uno di noi. Per questo non ti tollerano.

Ti ringrazio perché hai cercato di salvare Eluana Englaro, con un coraggio che pure certi illustri prelati se lo sognano. Chi salva una vita, o cerca di salvarla, salva il mondo intero, e Dio te ne renderà merito. Solo tu avresti potuto farlo, quel tentativo disperato, e sta’ certo che comunque in tanti non lo dimenticheremo mai, come non dimenticheremo il vile timore di tanti che sono pronti a riempirsi la bocca di parole in difesa della vita, e che allora, invece, erano atterriti dallo scontro con il compagno Napolitano.

Un grande cardinale ha spiegato che è meglio essere contestati che irrilevanti. Te lo voglio ripetere, in questa sera amara e dura, non per consolarti ma perché questa è la sorte di chi nella storia ci entra con tutti e due i piedi, e ci mette la sua faccia, sbagliando pure, e magari pure sbagliando tanto, ma mettendo in gioco tutto se stesso, come hai fatto tu, che di tanto puoi essere accusato ma non certo di irrilevanza.
In questi tre anni per fermarti hanno fatto di tutto, approfittando certo anche di tuoi errori, ma non è questo il punto: sei stato alla mercé delle procure, ti hanno origliato come neanche in Unione Sovietica, coperto di fango e svillaneggiato, poteri forti e circuiti mediatici e giudiziari che pur di farti fuori hanno messo in seria difficoltà il paese, e adesso, gli stessi, dicono di volere un altro governo per il bene dell’Italia. Quell’Italia che loro, e non tu, hanno gettato nel ridicolo agli occhi del mondo.

Voglio ringraziarti perché ti sei battuto come un leone, fino alla fine.
Abbiamo assistito obtorto collo ad un golpe. Non avresti potuto fare diversamente: saresti stato il capro espiatorio dello spread, dei mercati, e di tutte le altre diavolerie che hanno lanciato contro l’Italia per farti fuori, e farci fuori. Votare adesso, subito, avrebbe significato votare sotto le bombe, col terrorismo mediatico sul paese che sprofondava, e tutta la colpa sarebbe stata tua. La democrazia è stata momentaneamente sospesa.
Ma non finisce qua. Adesso comincia. Noi, intanto, teniamo gli occhi ben aperti, su Monti & C..

Per ora, un grande, grandissimo e affettuoso abbraccio: siamo in piedi sulle sedie, in tanti, a salutarti “o capitano mio capitano”, ma a questo film, stavolta, un seguito ci sarà.

Assuntina Morresi
da: www.loccidentale.it

giovedì 29 settembre 2011

Seduto in quel caffè io non pensavo a te....

Oggi, per una curiosa coincidenza, è il compleanno dei due massimi leader politici italiani. Auguri a entrambi.

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Silvio Berlusconi Presidente del Popolo della Libertà nato a Milano il 29 settembre 1936. Compie 75 anni

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Pierluigi Bersani Segretario del Partito Democratico nato a Bettola in provincia di Piacenza, il 29 settembre 1951. Compie 60 anni.

venerdì 16 settembre 2011

100.000

6150056714_8008f7c62cFollia. Delirio. Cose da pazzi. Non ci sono altre parole. Eh sì, perché leggere che sono state impiegate 100.000 (in lettera: centomila) intercettazioni nell’inchiesta di Bari è qualcosa di sconvolgente.
Centomila (in numeri: 100.000) intercettazioni per sapere con chi è andato a letto Berlusconi. Incredibile.
Due domande:
- 100.000 intercettazioni. Quanto sono costate?
- 100.000 intercettazioni. Quanto personale hanno tenuto occupato?

E magari tra un po’ scopriremo che in Puglia sono finiti i soldi per fare altre intercettazioni, magari su casi veri, su cose concrete, sui mafiosi, sulle truffe, sui criminali, sugli assassini. O su altri politici… per carità.
Tutto è stato speso per intercettare le donne di Berlusconi. Centomila intercettazioni per compilare l’interessante e indispensabile lista.
Vi rendete conto? Che poi, a pensarci bene, ad avergliela chiesta, l’avrebbe fornita direttamente lui quella lista. Anche la vanità non gli manca.

mercoledì 13 luglio 2011

Marina resisti

di Daniele Leoni

560 milioni di euro al cittadino svizzero Carlo De Benedetti: da pagare subito, altrimenti sei fuorilegge. Nulla contano i quasi ventimila dipendenti del gruppo Fininvest. Nulla conta il percorso virtuoso che, dalle navi da crociera, dove cantavi e guadagnavi abbastanza, passando attraverso l’edilizia, sei arrivato a fondare una TV privata che ha funzionato, con il suo contorno finanziario, di pubblicità e di varia umanità, humus vitale di tutto il mondo dello spettacolo. Nulla conta la consapevolezza che, ad un certo punto, se hai successo, arriva qualcuno più forte di te che ti vuole stroncare, che ti vuole rompere le ossa. Lo vuole fare finché sei piccolo, perché potresti crescere e diventare pericoloso. Nulla conta l’evidenza che hai combattuto con tutte le tue forze che hai vinto, una, dieci, cento volte, per il rotto della cuffia e che i più, al tuo posto si sarebbero arresi. Nulla conta che la tua sconfitta avrebbe significato disoccupazione e miseria, perché tanti altri si sarebbero arresi. Invece, seguendo il tuo esempio, hanno trovato la forza di combattere e di vincere a loro volta.

Mia madre adora Silvio Berlusconi. Mi dice sempre che aveva una bella voce quando veniva a cantare, l’estate, alla Casina del bosco di Rimini. Io non lo ricordo perché avevo solo otto anni ed ero preso da altre cose. Mi piaceva l’elettricità e avevo costruito un telegrafo con cui comunicavo col mio amico Giorgio della casa accanto. Poi avevo fatto una radio galena, che ascoltavo in cuffia. Mi ricordo invece che, l’estate, si dormiva tutti in una stanza sola e si usava il bagno piccolo perché, il resto della casa, era affittata all’Hotel Bamby per i turisti. E mia madre cuciva sempre, anche di notte, seduta sopra il tavolo della cucina, vicino alla lampadina, così ci vedeva meglio. La mattina dopo doveva consegnare i pantaloni e le altre riparazioni ad un negozio di abbigliamento. E il padrone, se sgarrava, aveva tante sartine in fila pronte a prendere il suo posto. La mia mamma, che si era cavata gli occhi con ago e filo, che si era rotta la schiena, quando, vent’anni dopo, Canale 5 fece discutere parecchio perché il grande impresario Silvio Berlusconi aveva sfidato il monopolio pubblico, diceva a tutti ammirata: - Che bravo ragazzo! Che bella voce! … -

Io invece, nel 1982, facevo qualche regia televisiva alla Rai. La mia specialità era il documentario scientifico ed ero bravo. Uno dei miei compagni di lavoro, precario come me, era Loris Mazzetti, oggi capo struttura di Rai tre, quello che ha fatto vieni via con me con

venerdì 18 febbraio 2011

L’economia regge bene ma sembra non interessare nessuno. Da sempre per mandare a casa Berlusconi c’è una sola arma: il tiro al piccione giudiziario

piccione ingufatoPeccato che i grandi commentatori e i cronisti dei grandi giornali siano tutti occupati in vicende di pettegolezzo puro, di gossip insomma. Altrimenti avrebbero prestato più attenzione alla relazione precisa e dettagliata svolta dal Presidente del Consiglio Berlusconi e dal Ministro dell’Economia Tremonti sulla situazione reale del Paese. Il Governo non ha soltanto mantenuto in ordine i conti pubblici, ha fatto assai di più: ha tenuto il bilancio pubblico al riparo da ogni scossa.

Al di là di questo merito che è stato riconosciuto, con dichiarazioni ufficiali, dall’Unione Europea, dalla Commissione di Bruxelles e soprattutto dal Fondo Monetario Internazionale, e nei fatti, dai mercati finanziari mondiali, il Governo italiano ha saputo mantenere la coesione sociale. Non si sono verificate qui quelle manifestazioni di piazza che per esempio, in Francia, sono state il segnale, la spia di un disagio interno profondo. Il risultato è stato ottenuto grazie alla destinazione massiccia di fondi, prima di ogni altro obiettivo, verso gli ammortizzatori sociali: ed è stata una novità assoluta l’introduzione nel meccanismo complesso della Cassa integrazione, di quella parte cosiddetta in deroga, che la sinistra aveva sempre promesso e mai aveva saputo mettere in campo. Ha saputo anche, il Governo Berlusconi, effettuare con semplici emendamenti e in maniera assolutamente pacifica, quella riforma delle pensioni che altri in Europa non riescono a completare.

La difesa a Bruxelles infine degli svantaggi portati dal nostro elevato debito pubblico è stato un altro pilastro dell’azione governativa, tanto che il concetto, o meglio il correttivo, dei beni e dei risparmi appartenenti alle famiglie, alle imprese, alle banche sta entrando in funzione. Purtroppo, al di là del disinteresse mostrato verso quelli che sono gli aspetti reali della vita concreta dei cittadini, cioè verso l’economia, molti dei grandi cronisti dimenticano anche la realtà dei dati: per esempio, si scrive che l’Italia, nel 2010, ha visto aumentare il proprio Prodotto interno lordo, ovvero la somma della ricchezza interna, dell’1,1%, mentre la Francia lo ha aumentato del 1,5%. Ma non si dice al contempo che mentre il livello deficit/Pil in Italia è già al 5% e si avvia rapidamente a tornare sotto il 3%, indicato come obiettivo preciso da Bruxelles per il 2013, quello stesso dato in Francia viaggia ancora tra il 7 e 8%. Si parla anche dei favolosi progressi della Germania, ma non si dice che in quel Paese si è goduto di maggiori aperture da parte dell’Unione Europea. Né si guarda alla situazione delle banche che in Italia è moto più tranquilla in quanto non contempla esposizioni verso l’Est in misura rilevante come in altri partner forti dell’Ue.

Dunque, nessuno pretende di dare lezioni, ma non sarebbe stato meglio se i grandi giornali avessero dedicato maggiore spazio a quella conferenza stampa che faceva il punto di ciò che interessa realmente ai cittadini senza badare prima a quel gossip che, da quanto risulta, non fa vendere neanche una copia in più?

giovedì 17 febbraio 2011

Guerra nauseante. Quasi quasi voto Berlusconi

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… Non ho dubbi, e non devo averne, che il collegio scelto dal computer, come si afferma, sia il più imparziale del mondo. E che dimostrerà di esserlo nel corso del giudizio e, infine, nella sentenza. Tuttavia, nessun giudice è un robot, costruito per muoversi soltanto sulla base del codice e delle prove raccolte. Nessun magistrato vive dentro una bolla d’aria a tenuta stagna. Né al centro di un deserto, in un’oasi di neutralità. Dove non arrivano giornali né si captano trasmissioni televisive e radiofoniche. I magistrati sono gente uguale a noi. Vivono nel loro tempo e sono alle prese con le stesse suggestioni che bombardano l’italiano qualunque. Quelle a proposito del Cavaliere sono suggestioni molto speciali. Nel corso degli anni, ho assistito a tanti processi e qualcuno l’ho subito come imputato. Però non ho mai visto nessun giudizio accompagnato, sostenuto, incoraggiato e preteso da un apparato impressionante come accade a quello che riguarda Berlusconi.

Non ho mai votato per il Cavaliere e per il suo centro-destra. E non ho neppure avuto la tentazione di farlo. Ma adesso, se mai si andrà a votare, sarei propenso a diventare un suo elettore. Per ribellarmi alla nauseante guerriglia faziosa che costringe anche me a dire basta! La guerriglia ha già ottenuto un risultato, con il rinvio a giudizio del Caimano. Adesso vogliamo almeno far tacere le armi e lasciare che il processo si svolga in un clima meno rovente di quello odierno? Per fare in modo che sia un processo all’insegna dell’equità?
Equità è una parola facile da scrivere. Ma indica un traguardo non sempre facile da raggiungere. Per questo non invidio le tre magistrate di Milano. Se hanno in tasca una sentenza di condanna già scritta, il discorso possiamo chiuderlo qua. Il presidente del Consiglio non dovrà aspettare il mese di aprile perché il pesce che lo inghiottirà è già pronto, con i denti affilati per straziarlo.

Se invece la condanna non è ancora decisa, le tre signore in toga sono attese dalla prova più difficile della loro carriera giudiziaria. Anzi,  oserei dire della loro vita. Non sarà facile sottrarsi alla bufera che imperversa da mesi. E non ascoltare le urla che salgono dalla piazza, dai partiti, dai giornali, dalla tivù e arrivano nelle loro stanze. È uno strepito inferiore soltanto al rombo dei cannoni. Che diventerà sempre più feroce di giorno in giorno, sino al mercoledì 6 aprile. A quel punto, dovremo assistere a uno spettacolo assurdo. Quello di un processo celebrato in un’arena dove un pubblico barbaro mostra il pollice verso nei confronti di un cristiano già destinato ai leoni. Ma allora ecco un’altra domanda. Che cosa può fare l’imputato Berlusconi per evitare che questa falsa giustizia lo colpisca? Ma al tempo stesso ferisca pure quel poco di fiducia nei magistrati che rimane in una parte dei cittadini italiani?

Un vecchio detto popolare recita: non bisogna mai insegnare ai gatti come ci si arrampica sui muri. L’ho imparato molto tempo fa. Per questo evito sempre di offrire consigli ai politici. E meno che mai di suggerire alcunché a un leader alle prese con un tribunale. Correndo il pericolo di una condanna pesante. Accompagnata dall’interdizione ai pubblici uffici che può essere perpetua.
Tuttavia, la tragedia di Berlusconi ci riguarda tutti. Lui non è soltanto il presidente del Consiglio, è anche il leader di uno schieramento votato da milioni di elettori. Dunque, a questi tantissimi italiani il premier deve un rispetto quasi sacro. È un debito che non può ignorare. E ha solo modo per onorarlo. Dimettersi dall’incarico e cercare una nuova fiducia attraverso il ricorso anticipato alle urne. Certo, il rischio connesso è molto alto. Ma tanto nel caso di una vittoria che di una sconfitta, Berlusconi potrà andare incontro ai suoi giudici con la testa alta. E pretendere di avere un processo equo.
Ecco, ho commesso l’errore che cerco sempre di evitare. Ho dato un consiglio a un signore testardo come nessuno. Ma poiché sono sicuro che non lo seguirà, chiedo scusa ai lettori. Dicendo: vi ho fatto perdere del tempo, fate conto che non abbia aperto bocca.

Giampaolo Pansa
per abstract da “Guerra nauseante. Quasi quasi voto Berlusconi” Libero del 17/2/2011

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martedì 8 febbraio 2011

In mutande ma vivi. E’ ora di smascherare il pulpito indecente da cui predicano i puritani

Angelo_Bronzino_001Ma siamo sicuri che non ci sia un pezzettino d’Italia indisponibile come noi a darla vinta ai puritani del Palasharp e di Repubblica? Possiamo riunire in un teatro milanese gente per cui il partito dei pm militanti, delle intercettazioni e delle pornogallery, dello spionaggio ad personam e dell’ipocrisia moralistica is unfit to lead Italy, come disse un tempo l’Economist di Berlusconi? Siamo in mutande, ma vivi. E con William Shakespeare, che conosceva vita e passioni del mondo meglio di Eco e Zagrebelsky, possiamo ben dire quel che dice il suo immortale sonetto 121.
“E' meglio esser vili che esser ritenuti tali, / perché il non esserlo produce lo stesso quell'accusa; / e si perde un lecito piacere non perché sia vile, / ma perché da altri è così pensato. / Perché mai falsi occhi corrotti di altri / dovrebbero intromettersi coi capricci del mio sangue? / E, per i miei vizi, perché più viziose spie / dovrebbero giudicare male quel che io ritengo un bene? / No, io sono quel che sono: e quelli che se la prendono / con le mie colpe non fanno i conti con le loro. / Posso essere onesto e loro possono esser falsi, / ma i miei fatti non vanno giudicati dai loro sospetti; / a meno ch'essi non arrivino a questa pessima conclusione: che tutti gli uomini sono cattivi e trionfano nel proprio male”.

Siamo una piccola comunità di lettori. Forse dobbiamo di nuovo mobilitarci come possiamo e sappiamo. Con l’obiettivo di smascherare una minoranza etica rumorosa, ricca, compatta, sicura di sé, che vuole ripulire l’Italia in nome di criteri fondamentalisti e totalitari. Le minoranze etiche spesso sono rispettabili. Vedono quello che non vede l’uomo comune impigliato nella vita quotidiana. Nel nostro passato seppero essere eroiche, testimoniarono in molti modi l’idealismo introvabile nei “costumi degli italiani” e nel loro “stato presente” che dura dai tempi di Leopardi, da due secoli almeno (un paginone all’interno parla di questo). Ma questa minoranza etica è diversa dalle altre. E’ mossa da orgoglio, da superbia, da interessi consolidati e visibili. E fa un uso smodato della morale, fino a ferire il significato, la forza residua e l’autonomia della politica repubblicana. Della stessa democrazia liberale, alla quale oppongono un inaudito idolo virtuoso che chiamano Costituzione.

Dicono che il presidente del Consiglio si comporta male, e magari non si è comportato meravigliosamente bene in parecchie occasioni. Ma è questo il problema? Siamo convinti di no. Il problema è che vogliono mettergli le mani addosso per evidenti ragioni politiche alimentate da spirito facinoroso e da avversione antropologica a un’Italia popolare rigettata e odiata; ma non basta, dichiarano di voler “andare oltre” Berlusconi, bandiscono una crociata puritana in cui arruolano anche i tredicenni, allagano ogni spazio informativo gridando alla libertà di stampa conculcata, parlano con disprezzo del denaro di cui hanno piene le tasche e le menti, si intromettono nei capricci dell’altrui sangue senza fare i conti con le loro colpe, agitano il corpo femminile come un simbolo di vergogna. Spiano, intercettano, guardano dal buco della serratura e stanno inculcando in una generazione di italiani il disprezzo per la politica. Una minoranza etica degna del suo nome dovrebbe sapere distinguere tra conflitti politici e funzionamento delle istituzioni.

Questi virtuosi talebani, che però rischiano niente e hanno un mondo da guadagnare, devono essere messi in discussione da un’Italia che non si sente superiore e non pretende per sé il crisma della purezza virginale. Perché non diamo vita a una campagna di passione e denuncia pubblica? Che ne dite? Vi sentite di far parte di una minoranza che non ha niente da insegnare ma non accetta prediche da pulpiti privi di decenza e di senso del limite?

Giuliano Ferrara Il Foglio 8/2/2011

martedì 25 gennaio 2011

Così Andreotti, così Leone, così Craxi, così Berlusconi… Così il prossimo presidente del consiglio… finché loro, finalmente, prenderanno il potere

e a un trattoTutto il Pdl si sta mobilitando, in varie forme, per difendere il Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi da un’aggressione mediatico-giudiziaria che non ha precedenti dal dopoguerra. Vi sono delle coincidenze impressionanti fra le vicende politiche e giudiziarie di cui fu vittima Bettino Craxi e quelle di questo periodo in cui è protagonista Berlusconi.

E’ lo stesso ufficio giudiziario, la stessa tecnica d’indagine e gli stessi gruppi editoriali protagonisti, per l’ennesima volta, di un vero e proprio assalto al Governo. L’opposizione ha fatto di tutto per bloccare l’approvazione della legge sulle intercettazioni, normativa che escludeva un uso improprio o addirittura illegittimo di uno strumento particolarmente delicato. Le intercettazioni, infatti, non sono state predisposte a seguito di una notizia di reato, ma per costruire una notizia di reato.

In Italia i problemi sono altri, più rilevanti rispetto alla vita privata di Berlusconi. Appare sempre più evidente che una parte della magistratura stia destabilizzando il Paese. Nello stesso tempo non è chiaro il ruolo dei Servizi segreti italiani: dov’erano mentre il Presidente Berlusconi veniva spiato nella propria abitazione?  a chi effettivamente rispondono?
Occorre al più presto ripristinare le garanzie previste dall’art.68 della Costituzione, ossia l’immunità parlamentare, che fu cancellata, a furor di popolo, nel 1993.
Questo ripristino servirà ad evitare che il potere politico, espressione della volontà popolare, sia in balia del potere giudiziario.

sabato 22 gennaio 2011

Berlusconi non deve alcun atto di contrizione. Nemmeno al Papa, che non glielo chiede, come fingono i bardi di una finta crociata moralizzatrice. Cerchi però le parole per spiegare il suo disagio fin troppo umano

Berlusconi non deve a sé stesso, ai suoi amici e nemici, al suo paese, e nemmeno al cardinal Bertone o al Papa, alcun atto di contrizione. E’, come ha detto Bossi nel suo buonsenso, un uomo barbaramente assediato e braccato, e lo è in forme inaudite, che non hanno niente a che vedere con la funzione liberale degli organi di controllo legale e di contropotere di un sistema civile moderno. Né hanno titolo ad erigersi in bardi di una crociata moralizzatrice del Vaticano, in direttori spirituali del presidente del Consiglio, magari a nome e per mandato dei vescovi, i laicisti pseudolibertini che hanno sempre predicato non già una legittima separazione di religione e politica, ma una grottesca scissione tra l’ethos razionale di una cultura cristiana e i criteri di vita pubblici e privati del nostro tempo.

Il Papa, che è un grande intellettuale e un padre naturale, severo e comprensivo, ha spiegato ieri con eloquenza in nome di che cosa le istituzioni devono ritrovare un’anima, un ethos. La chiesa non chiede di cancellare la nuova dimensione della soggettività, così forte e presente in una mentalità moderna alla cui radice sta l’idea cristiana, suffragata dal pensiero teologico del Vaticano II, della libertà di coscienza. C’è progresso, ha detto, nella maggiore tutela della sfera individuale e privata che nel passato era considerata subordinata alla morale istituzionale più arcigna. Questo il senso quasi letterale delle sue parole, lette frettolosamente e strumentalmente come una banale censura dei comportamenti umani e pubblici del presidente del Consiglio; lette quasi fossero una risposta alla domanda faziosa rivoltagli dai predicatori di decenza che lo hanno sempre avversato, lui e le sue battaglie contro il relativismo etico e l’indifferenza morale delle classi dirigenti di fronte alle grandi questioni della vita e dell’esistenza.

Ma il Papa ha anche aggiunto, appunto, che se non si riconosca una base oggettiva alla quale è legato l’ethos personale e comunitario, una base che per il Papa si fonda innanzitutto nell’amore di Dio per l’uomo, e per il teologo e filosofo Ratzinger ha un fondamento filosofico nell’uso intelligente della ragione umana, allora si prospetta una deriva di insincerità e di tristezza nei modi di vita. Noi miserabili berlusconiani liberali e frondisti, tendenza Ratzinger, abbiamo notoriamente e clamorosamente perduto, anche in una orgogliosa e pazza contesa elettorale e civile, la battaglia per tenere insieme, nel nuovo mondo politico emerso dal disastro della crisi Repubblicana degli anni Novanta, l’elemento della libertà umana e quello della responsabilità. Amore, sesso, matrimonio, famiglia e vita, categorie da leggere senza manie bacchettone ma con un vero sentimento di buonumore e di gioia morale, sono stati per noi segnacoli in vessillo di un atteggiamento anche politico che, per l’essenziale, è stato rigettato e confuso con una bizzarra crociata fuori tempo. Da Berlusconi, certamente, e da quegli ipocriti che adesso pretendono di fargli la lezione, su uno sfondo di accanimento giudiziario e di assedio inquisitoriale, e di chiamarlo in causa per i suoi lati deboli al cospetto di ogni tribunale possibile, e perfino del tribunale morale della Santa Sede, destinataria di surreali appelli all’ingerenza da parte di cattolicucci piagnoni e di finti dongiovanni superlaicisti.

In nome di questa posizione semplice, criticabile ma seriamente argomentata e vissuta senza alterigia ormai da anni, pensiamo che Berlusconi dovrebbe spiegarsi, anche un poco a sé stesso, in una laica confessione di fragilità, riconducendo il suo carattere, che è notoriamente mite e positivo, allegro e benevolente, a suo modo cristiano e semplice anche nel suo disordine vitale, alla misura di parole schiette, diverse dalla sceneggiatura legale da soap opera alla quale le circostanze e la scelta di vivere in mezzo agli avvocati sembrano spingerlo o costringerlo.

In breve. Berlusconi farebbe bene a cercare e trovare le parole giuste per dire non solo la sua rabbia e la sua insofferenza verso gli assedianti e le loro motivazioni spesso fanatiche, intrattabili, ma anche il suo disagio fin troppo umano, la sua consapevolezza di un limite varcato nella crisi di un matrimonio e nel combattimento difficile contro la vita che si consuma nel tempo, contro le tentazioni di una colossale ricchezza, e nel bel mezzo di una attività pubblica che incombe su un uomo tanto privato per formazione e natura. Nella storia molti uomini di stato, incappati in vicende personali sghembe e in comportamenti malmostosi e inestetici, hanno saputo creare intorno a sé un clima di comprensione e di sincerità porgendo le scuse alla comunità in cui vivono e agiscono, con tutta la libertà privata, in rappresentanza di tutti.

Non invoco un atto confessionale, ma di modestia personale, di consapevolezza civile, di intelligente riconoscimento della realtà. Ci sono telefonate in Questura che si potevano non fare, eccessi di ostentazione e di ritualismo del piacere che potevano essere evitati, e una rete di relazioni improntate in qualche caso a uno stile troppo facile che poteva non essere tessuta intorno alle sue residenze, alla sua vita personale, alle sue amicizie, al suo lavoro. Non c’è contraddizione tra la ripulsa verso modi legali incivili e un discorso di verità e di personale responsabilità su passaggi di vita emersi nella poltiglia del guardonismo indecente. C’è coerenza. Il miglior Berlusconi è quello che, nonostante la dismisura e l’asimmetria del suo rapporto con sé stesso e con gli altri, sa riconoscere con sottile autoironia, al di là dell’umiltà che non gli manca, anche i tratti vagamente folli del proprio carattere.

Giuliano Ferrara – Il Foglio – 22/1/2011