giovedì 13 maggio 2010

Quanto guadagnano gli amministratori dei comuni in Italia?

Anche in Provincia confermiamo il nostro giudizio negativo su la Società d'Area-Terre di Faenza: struttura inefficace e incapace di corrispondere alle necessità di promozione e rilancio del turismo collinare

Ieri in consiglio provinciale si è approvato l'atto di indirizzo per la partecipazione della Provincia ai lavori dell'assemblea dei soci della Società d'Area Terre di Faenza, al cui ordine del giorno risulta iscritta l'approvazione del Bilancio chiuso al 31 dicembre 2009 e il programma di attività per l'anno 2010.
La Società, la cui mission dovrebbe essere la promozione del territorio anche collinare, ha chiaramente fallito lo scopo: i dati sul turismo della collina ne sono la prova.
Evidentemente la Società d'Area si è adagiata su strategie ormai sorpassate creando una struttura di personale che assorbe tutte le iniziative e non promuove il turismo.
Non ultimo riteniamo che il programma Terre di Faenza 2010 allegato alla delibera nella parte riguardante il Centro Immagine presso l'Ipercoop Le Maioliche di Faenza utilizzi una dicitura imprecisa che non tiene conto dei costi effettivi dell’operazione effettivi non riportando con esattezza i termini della delibera del Comune di Faenza che richiama ingenti costi di allestimento che andranno a ricadere sui costi di affitto degli assegnatari che si stanno individuando tramite un secondo bando essendo andato deserto il primo. Anche per questo motivo il voto del Gruppo FI-PDL è contrario.

Raffaella Ridolfi - Consigliere provinciale

mercoledì 12 maggio 2010

Onestamente: qualcuno pensa che la sinistra al governo dell'Italia avrebbe ottenuto questi risultati?

Nucleare, appello degli scienziati a Bersani. Occorre evitare il rischio che nel PD prenda piede uno spirito antiscientifico, elitario e snobistico

Il Pd non può lavarsi le mani sul nucleare o delegare opinioni e considerazioni in merito a qualche secco "no". E' necessario che anche il centrosinistra intervenga nel dibattito e si interessi di una questione così delicata e importante. A chiederlo non sono politici o rappresentanti del governo, ma chi può vantare conoscenze tecniche ed esperienza in materia, gli scienziati. In una lettera aperta al leader del Pd, Pierluigi Bersani, gli studiosi criticano la bocciatura dell'opposizione al piano della maggioranza sul nucleare e chiedono di discutere con maggiore "rigore intellettuale e scientifico. E con spirito concreto": "Riterremmo innaturale e incomprensibile ogni chiusura preventiva su un tema che riguarda scelte strategiche di politica energetica, innovazione tecnologica e sviluppo industriale così critiche e con impatto di così lungo termine per il nostro Paese. L'energia nucleare, quasi ovunque, nel mondo industrializzato è vista come un’insostituibile opportunità che contribuisce alla riduzione del peso delle fonti fossili sulla generazione di energia elettrica, compatibile con un modello di sviluppo eco-sostenibile".
Occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico, un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia dalle frontiere dell’innovazione

La lettera - Nel testo si legge: "Dal punto di vista ambientale non vi è programma internazionale accreditato per la riduzione della CO2 che non preveda anche il ricorso all’energia nucleare e non vi è un solo studio internazionale che affidi alle sole rinnovabili il compito di ridurre il peso dei combustibili fossili. Ed invece tutti gli accenti che sentiamo oggi nel Pd prescindono dall’analisi di questi dati e fatti". L’avversione al reingresso dell’Italia nelle tecnologie nucleari è ingiustificabile, secondo gli scienziati, che non intendono tappare la bocca all'opposizione, ma, al contrario esortano ad una maggiore considerazione del tema, con una puntuale sottolineatura degli errori del governo: "E’ incomprensibile, invece, la sbrigatività e il pressapochismo con cui, spesso, da parte di esponenti del Pd, vengono affrontati temi che meriterebbero una discussione informata e con dati di fatto. Caro Segretario, occorre evitare il rischio che nel Pd prenda piede uno spirito antiscientifico, un atteggiamento elitario e snobistico che isolerebbe l’Italia, non solo in questo campo, dalle frontiere dell’innovazione. Ampi settori di intellettualità tecnica e scientifica, che un tempo guardavano al centrosinistra come alla parte più aperta e moderna dell’Italia, non ci capiscono più e guardano altrove. Noi ti chiediamo di prendere atto che il nucleare non è né di sinistra, né di destra e che, anzi, al mondo molti leader di governi di sinistra e progressisti puntano su di esso per sviluppare un sistema economico e modelli di vita e di società eco-compatibili. Noi ti chiediamo - conclude la lettera - di garantire che le sedi nazionali e locali del Pd, gli organi di stampa, le sedi di riflessione esterna consentano un confronto aperto e pragmatico".

La missiva è firmata, tra gli altri, da:
Sen. Umberto Veronesi direttore scientifico Istituto Europeo di Oncologia, Giorgio Salvini presidente onorario Accademia Lincei Margherita Hack astrofisica, Carlo Bernardini professore emerito di Fisica Università di Roma - Direttore di “Sapere”, Enrico Bellone ordinario di Storia della Scienza, Edoardo Boncinelli professore di Biologia e Genetica, Gilberto Corbellini docente di Storia della medicina - Università di Roma, Marco Ricotti professore Politecnico di Milano, Ernesto Pedrocchi professore Politecnico di Milano, Roberto Vacca scienziato e scrittore, Franco Debenedetti economista, Emilio Sassoni Corsi presidente Unione Astrofili Italiani, Marco Carrai ad Firenze Parcheggi, Luigi de Paolis professore Università Bocconi, Chicco Testa imprenditore, Umberto Minopoli manager, On. Erminio Quartiani, On. Francesco Tempestini, Sen. Enrico Morando, Sen. Tiziano Treu, Sen. Pietro Ichino, Sen. Andrea Margheri, Amedeo Lepore professore Università di Napoli, Carlo Pedata professore, Mario Bianchi professore, Riccardo Casale professore, Marino Mazzini professore Università di Pisa, Bruno Neri, professore Università di Pisa, Giovanni Forasassi Professore Università di Pisa, Giorgio Turchetti docente Università Bologna, presidente Centro A. Volta,Carlo Artioli ingegnere nucleare Enea, docente Master Nucleare Bologna, Sandro Paci Università di Pisa - docente di Impianti Nucleari - presidente Corso di Laurea, Davide Giusti ingegnere nucleare Enea - docente Master Nucleare Bologna, Ettore Lomaglio Silvestri professore, Domiziano Mostacci ingegnere nucleare - docente Università di Bologna, Roberta Musolesi insegnante, Guido Fano fisico - docente Università di Bologna, Giorgio Giacomelli fisico - docente Università di Bologna, Vincenzo Molinari professore emerito di Fisica Università di Bologna, Marco Valenzi ricercatore, Paolo Mautino, Francesco Romano ingegnere, Aldo Amoretti sindacalista e consigliere Cnel, Fabrizio Rondolino giornalista, Maria Giovanna Poli giornalista, Myrta Merlino giornalista, Gianfranco Bangone direttore di “Darwin”, Anna Meldolesi giornalista scientifica, Vincenzo Rosselli imprenditore, Angelo Tromboni imprenditore, Antonio Napoli imprenditore, Maria Luisa Mello imprenditore e fisico, Giuseppe Gherardi ingegnere nucleare Enea, Francesco Pizzio ingegnere nucleare, Silvia De Grandis ingegnere nucleare e imprenditrice, Giuseppe Bolla ingegnere, Giulio Bettanini ingegnere elettrotecnico, Andrea Gemignani presidente Confindustria Livorno, Herman Zampariolo presidente Vona Energy, Giulio Valli dirigente Enea - Galileo 2001, Adolfo Spaziani direttore generale Federutility, Giovanni Bignami astrofisico, Massimo Locicero economista, Paolo Saracco fisico, Mauro Giannini direttore Dipartimento di Fisica Università di Genova, Fabrizio Candoni manager, Anna Ascani manager, Francesco Semino manager, Raffaella Di Sipio manager, Pietro Costantino manager, Silvio Simi manager




Quanta inutile demagogia sull'acqua!

Siamo molto preoccupati per la “salute” del Sindaco di Ravenna, l’amico Fabrizio Matteucci, perché temiamo sia affetto da una forma di “dissociazione acuta politico-amministrativa”; infatti, come Sindaco di Ravenna ha appaltato tutti i servizi, fra cui la distribuzione dell’acqua, ad una SpA a scopo di lucro quotata in borsa, che tutti i cittadini conoscono come HERA, poi, sempre come Sindaco, tiene banchetti in piazza per raccogliere firme contro la cosiddetta “privatizzazione dell’acqua”, quella stessa acqua che HERA SpA compra da un’altra Società per Azioni chiamata “Romagna acque società delle Fonti”. Pensavamo che il doppiogiochismo comunista fosse finito con il cambio del nome al partito, invece dobbiamo ogni volta ricrederci e riconoscere che chi viene da quella scuola non cambierà mai.
Su questo referendum “per l’acqua pubblica”, contro il decreto Ronchi vengono brutalmente ingannati i cittadini dicendo che l’acqua verrà privatizzata e che non se ne potrà più disporre se non a caro prezzo, mentre il decreto si limita a completare un percorso di adeguamento alle normative europee, condiviso anche dal centrosinistra, che vede interessata la fase di distribuzione dell’acqua agli utenti, che non potrà più essere affidata in regime di monopolio, ma dovrà essere messa a concorso ed appaltata a chi offrirà le condizioni migliori, di servizio e di prezzo.
La proprietà dell’acqua e delle reti rimarrebbe pubblica e le varie società di gestione, private o pubbliche, concorrerebbero in un regime di concorrenza: tutto a favore dei cittadini che ora a Ravenna vedono un monopolista, HERA, fare il bello ed il cattivo tempo in tutti i settori, con tariffe sempre più elevate e profitti astronomici non dovuti certo all’efficienza aziendale, ma alla mancanza di concorrenza.
Forse è proprio questo che temono il Sindaco di Ravenna ed il PD: se HERA venisse messa in concorrenza e dovesse tagliare i costi esorbitanti, non potrebbe continuare a pagare stipendi, prebende e gettoni ad un pletora di “compagni” inseriti a decine nei consigli di amministrazione, nelle direzioni e negli uffici, come si usa normalmente per politici e sindacalisti “dismessi”.
Ma la malafede del PD è ancora più grave perché, mentre da una parte fa bassa demagogia, dall’altra è andato ben oltre le liberalizzazioni dei servizi di stampo europeo, quando, per una decisione presa dal partito, tutti i Comuni romagnoli hanno ceduto le reti di distribuzione (ad esempio del gas) ad HERA, senza che ve ne fosse bisogno, espropriandosi così del capitale, ma soprattutto della possibilità di avere il coltello dalla parte del manico nei confronti della società concessionaria del servizio e di poterla condizionare nei costi e nelle modalità di servizio, per tutelare i cittadini.
Questa è la vera privatizzazione compiuta dal PD, questo è il vero furto perpetrato nei confronti della collettività; i banchetti per le firme di Matteucci sono solo il fumo negli occhi che si dà ai cittadini per poter continuare ad ingannarli.

Gianguido Bazzoni - Consigliere regionale PDL

martedì 11 maggio 2010

L'Italia si riprende. Il rapporto deficit-pil si attesterà al 5,2%, rendendo così il Belpaese uno dei più virtuosi d'Europa

In barba alla sinistra che sa solo gufare per meschini interessi di parte (qualcuno osa immaginare come avrebbe gestito questi anni di sofferenza economica il mitico Visco!?),  la ripresa economica per l'Italia e gli altri paesi europei è vicina. Ad annunciarlo è il Fondo Monetario Internazionale nel Regional Economic Outlook per l'Europa. Il pil italiano crescerà nel 2010 dello 0,8% a fronte di un'inflazione dell'1,4%. Il rapporto deficit-pil si attesterà al 5,2%, rendendo così il Belpaese uno dei più virtuosi d'Europa, visto che la media in Eurolandiasarà del 6,8%.

Più rapida la ripresa in Germania e Francia dove il deficit-pil risulterà rispettivamente al 5,7% e all'8,2%: «Il pil dell'area euro è previsto in crescita dell'1% nel 2010 e dell'1,5% nel 2011, con la Francia (+1,8%) e la Germania (+1,7%) a spingere la crescita» il prossimo anno, «altre grandi economie dell'area emergeranno più lentamente dalla recessione, fra queste l'Italia. La Spagna è prevista in contrazione anche nel 2011».

Insomma una ripresa "moderata e disomogenea sta prendendo forma in Europa. La crescita nell'area è prevista rafforzarsi nel 2010-2011, anche se i tradizionali motori della ripresa saranno probabilmente più deboli del solito. Nel breve termine la crescita continuerà a beneficiare delle esportazioni e delle misure di stimolo fiscale. Miglioramenti nella fiducia degli investitori e dei consumatori potrebbero spingere la domanda interna. In ogni caso, con la disoccupazione prevista in aumento e con le difficoltà persistenti nel settore bancario, i consumi e gli investimenti rimarranno opachi.

Primo giorno di scuola in Regione. Si insedia il Consiglio Regionale

Primo giorno di scuola per i neoeletti consiglieri regionali. Si sono riuniti per eleggere il loro presidente, il democratico Richetti, e l'Ufficio di presidenza. Ma i grillini non ci stanno. E studenti e precari chiedono ad Errani il reddito minimo garantito

BOLOGNA, 10 MAG. 2010 - Particolarmente movimentato l'insediamento dell'Assemblea regionale dell'Emilia-Romagna. Dal punto di vista istituzionale, il debutto della nona legislatura è filato via come l'olio, con l'elezione all'unanimità del presidente Matteo Richetti del Pd, come ampiamente previsto dalle previsioni della vigilia. La maggioranza ha trovato anche un accordo pieno con Pdl e Lega nord per l'elezione dell'Ufficio di presidenza dell'Assemblea (Up), garantito dal coordinatore regionale del Pdl, il senatore Filippo Berselli, oggi in aula prima della seduta a salutare i propri consiglieri regionali. Ma, sbrigate le formalità di rito, sono cominciate le polemiche.

Il primo a protestare è stato Giovanni Favia, che ha parlato di "tacito accordo tra Pd e Pdl per escludere il Movimento 5 Stelle dall'Up". E' stato il capogruppo democratico Marco Monari, infatti, a proporre Richetti prima e poi Sandro Mandini dell'Idv per la vicepresidenza dell'Assemblea, oltre a Maurizio Cevenini e Mario Mazzotti del Pd rispettivamente per i ruoli di consigliere segretario e di questore, a nome dell'intera maggioranza. E poi Luigi Villani, capogruppo in pectore del Pdl, ha indicato Enrico Aimi del Pdl per l'altra vicepresidenza, il leghista Roberto Corradi come segretario e Luca Bartolini del Pdl come questore. Una spartizione che ha lasciato a bocca asciutta i grillini.

Ma il Movimento 5 Stelle, oltre ad attaccare, deve anche pensare a difendersi da accuse che arrivano dal suo interno. In mattinata infatti è stato notato anche, all'ingresso riservato al pubblico, un uomo vestito da superman: si è appreso poi che si trattava di un esponente del gruppo politico di Modena che fa capo al consigliere comunale Ballestrazzi, estromesso dal movimento per mano di Beppe Grillo in seguito alle elezioni, dopo la lite sulla scelta di un esponente di Bologna - e non di Modena - come secondo consigliere regionale.

E' poi stata la volta di alcune decine di giovani del gruppo "Yes we cash", scattati in piedi non appena il neo presidente dell'Assemblea legislativa, Matteo Richetti, ha dichiarato conclusa la prima seduta. Si sono qualificati come studenti e precari dagli spalti del pubblico, hanno srotolato verso l'aula uno striscione indirizzato al presidente della Regione, Vasco Errani, che recitava: "Vasco, diamo un senso a questa storia, 1.000 euro al mese possono bastare". I manifestanti, che poi hanno proseguito la protesta anche all'esterno dell'aula, hanno chiesto un incontro istituzionale per poter ribadire la richiesta che anche l'Emilia-Romagna, come la Regione Lazio, si doti di una legge per il reddito minimo garantito.

Ad ascoltarli, dal basso dell'aula, il neopresidente Richetti e il segreteraio regionale del Pd Stefano Bonaccini, anche lui consigliere regionale, assieme ad altre persone rimaste sosrprese dalla protesta. A loro i giovani hanno parlato poco dopo nel grande corridoio detto "transatlantico" della crisi economica, delle difficoltà dei precari e, tra l'altro, della cassa integrazione in deroga in scadenza a ottobre. Richetti ha risposto loro innanzitutto ricordando quanto la Regione Emilia-Romagna ha già fatto per gli ammortizzatori in deroga ("sono rimaste fuori - ha ammesso - le categorie che indicate voi"). Poi ha precisato loro il proprio ruolo di rappresentanza ("oggi non è stato eletto un monarca"): "dovete darmi l'opportunità di una sede di confronto con voi".

A qualcuno che insisteva, Richetti ha precisato ancora: "Non possiamo discutere senza coinvolgere il governo di questa Regione, altrimenti vi prenderei in giro". Il ruolo del presidente dell'Assemblea è infatti squisitamente istituzionale, mentre la proposta di una legge è un atto politico che compete la Giunta o i consiglieri regionali. Prima di lasciare il palazzo regionale, in un mini-corteo aperto dallo striscione (preceduto da una corda da bucato con appese diverse paia di mutandine colorate), il gruppo ha appreso dallo stesso Richetti diverse indicazioni per scrivergli in seguito nell'ufficio della Presidenza dell'Assemblea legislativa.

Ma non finisce qui. Anche la Flai-Cgil di Bologna ha voluto far sentire la sua voce in una giornata simbolica come questa, in cui una nuova pagina di vita regionale si appresta ad essere scritta. E ha organizzato un volantinaggio all'ingresso del palazzo regionale per denunciare la situazione della Cooperativa Agricola Anzolese. Dopo aver cessato l'attività produttiva nel 2009 con attivazione della cassa integrazione per gli oltre 200 lavoratori, grazie anche all'interessamento della Regione, del Comune di Anzola e di Legacoop, ora "gli ammortizzatori sociali si stanno avviando velocemente all'esaurimento e si prospetta il licenziamento definitivo: nessuna iniziativa imprenditoriale alternativa si è ancora prospettata".

lunedì 10 maggio 2010

Il presidente della Consulta Agricoltura del Comune di Casola Valsenio, Mirko Giacometti, fa il punto sul ruolo della Consulta e offre un proprio importante contributo al dibattito per lo sviluppo del territorio

Uva Ho letto con stupore alcuni “pezzi” sull’insediamento della consulta agricola, di cui faccio parte come presidente, e ritengo doveroso fare alcune precisazioni.
La settimana scorsa Riccardo Isola, ufficio stampa del comune, mi ha inviato alcune domande riguardanti la consulta agricola e l’agricoltura in generale alle quali ho dato risposta ,a mio modo, e dalle quali lui ha estratto alcune parti per farne articoli apparsi sulla stampa locale.
Ritengo sia scorretto fare delle domande e riportare solo alcune parti delle risposte senza, tra l’altro, dirmi nulla. Riporto integralmente le risposte inviategli credendo che il senso delle mie risposte sia differente dal “riassunto” fatto dal giornalista.
Un’ultima cosa, per rispondere a Iseppi che ha replicato alle mie risposte, personalmente non ritengo che ne io ne la consulta si debba sostituire al ruolo delle associazioni agricole nella mediazione con l’ente Parco, inoltre, una spesa corrente di 400mila euro non mi sembra sicuramente una gestione “leggera”.

1) Chi fa parte della consulta e con quali ruoli
La consulta è formata dai rappresentanti delle associazioni agricole, della caccia, della cooperazione e dei gruppi consiliari. Il vicesindaco ha provveduto, durante la prima adunata utile, ad eleggere il presidente, nella mia persona ,come vicepresidente Tronconi Marco e Malavolti Stefania come segretario. Della consulta avrebbe dovuto far parte anche un rappresentante del mondo speleologico ma non sono pervenuti nominativi.
2) Quali sono le priorità che cercherete di affrontare e discutere in questo tavolo consultivo
L’agricoltura, ovviamente, sarà il perno del nostro impegno. Cercheremo di porre, all’attenzione dell’assessore di riferimento, i problemi legati non solo all’agricoltura intesa come attività produttiva ma anche come strumento per il monitoraggio costante e la salvaguardia del territorio.
3) Il ruolo dell'agricoltura per Casola, prospettive e idee che vorrete affrontare
Ritengo fondamentale il ruolo dell’agricoltura per tutto il territorio, in particolar modo per le zone collinari e/o montane. Un’ agricoltura di qualità può fungere da volano per tutti i settori economici . Il primo progetto cui stiamo lavorando, in appoggio all’assessore Caroli, è la creazione e l’avvio del “mercato del contadino”, realtà che in altri centri limitrofi (Faenza per citarne uno) ha dato ottimi risultati. Altro obiettivo che cercheremo di portare avanti è la creazione di una collaborazione, più ampia possibile, tra gli agricoltori e l’amministrazione comunale per quel che concerne la manutenzione ordinaria della viabilità rurale (spalatura della neve, sistemazione fossi, taglio dell’erba). Credo che, se gestita e impostata bene, questa collaborazione porterebbe un risparmio per le casse comunali e un’entrata aggiuntiva per gli agricoltori, considerato anche che i residenti avrebbero una tempestività d’intervento migliore e una spesa dovuta agli spostamenti inferiore. Ultima, ma non per importanza, è la gestione e la cura del territorio in cui l’agricoltura e l’agricoltore non possono che essere attori protagonisti.
4) I problemi che vive l'agricoltura collinare e pede-montana. Cosa chiedete ai "piani alti" della politica
Personalmente ritengo che chi ci governa, ad ogni livello,sappia di cosa necessita un settore così importante ma anche bistrattato per una ripresa difficile ma possibile. Per citare i primi che mi vengono in mente: semplificazione della burocrazia, aumento delle infrastrutture, riconoscimento del valore reale che l’agricoltura ricopre nel territorio. Continuamente si parla di turismo per il rilancio dell’economia, giustamente, ma i turisti che vengono a Casola cosa vedrebbero se l’agricoltura abbandonasse il territorio?
5) Il parco rientra in modo determinate in questa nuova fase di sviluppo che il territorio quali idee vi siete fatti anche alla luce dell'esposizione del direttore avvenuta pochi giorni fa
Il direttore del parco, sig. Costa, nella serata del 14/04/10 ci ha illustrato, a grandi linee, il bilancio preventivo-programmatico 2010-2012 e il piano investimenti per il triennio.
Purtroppo, per l’agricoltura ed il territorio, chi ha deliberato il bilancio non ha tenuto in nessuna considerazione ne l’agricoltura all’interno del Parco, e dei comuni che ne fanno parte, ne del territorio che è il Parco. Per quel che riguarda la parte corrente si nota una previsione di spesa doppia rispetto al bilancio 2009 pari a circa 400mila euro mentre per gli investimenti si utilizzano 1,6 milioni di euro. Quello che è emerso nella serata è che per l’agricoltura si spendono non più di 50mila euro pari a circa 4% del totale mentre le spese per la promozione turistica e “l’adeguamento delle strutture” assorbono più del 50%. Dal punto di vista agricolo ogni commento è superfluo, non dimenticando che il territorio su cui ricade il Parco è per circa l’83% di privati, per la maggior parte agricoltori,e che all’ interno dello stesso è attiva la più grande cava di gesso a cielo aperto d’Europa poco compatibile con la salvaguardia del territorio punto primo degli obbiettivi della legge istitutiva del Parco.

Mirko Giacometti

CODICE DELLA STRADA: LE NOVITÀ DELLA RIFORMA

asino Dopo il via libera della Commissione, al Senato si sblocca l'iter del Ddl sulla riforma del codice della strada che poi tornerà alla Camera in terza lettura. Diverse le novità introdotte nel testo dalla commissione lavori pubblici di palazzo madama. Eccone alcune:
Test antidroga - sarà obbligatorio per i neopatentati e per i conducenti di mezzi pubblici, tassisti e autotrasportatori al momento del rinnovo della patente professionale. Gli interessati, infatti, dovranno produrre una certificazione da cui risulti il non abuso di sostanze alcoliche, stupefacenti e psicotrope.
Giusta causa licenziamento - Quando c'é il ritiro della patente in seguito «all'accertamento del reato», questo «costituisce giusta causa di licenziamento» nel caso il conducente con una patente professionale sia stato trovato in stato di ebrezza o sotto effetto di stupefacenti.
Minicar vietate se patente sospesa - Via libera anche alla norma che vieta la possibilità di guidare minicar o ciclomotori in caso di sospensione della patente. E sempre per quel che riguarda le minicar é stata elevata la sanzione per quei meccanici che le truccano portandone la cilindrata oltre i 50cc: si va da un minimo di 389 euro ad un massimo di 1.556 Euro. In questo casi, la multa per il proprietario della mini automobile truccata va da 148 a 594 euro.
Moto con bimbo a bordo  - Divieto per i motocicli a due o tre ruote con a bordo bambini di statura inferiore al metro e mezzo di superare il limite di 60km/h, laddove, ovviamente, i limiti di velocità siano superiori, appunto, ai 60 km/h. Inoltre, sarà consentito trasportare dei bambini da 5 a 12 anni ma solo se «gli stessi alloggiano in un apposito sedile di sicurezza, con appoggi per gli arti inferiori e superiori, conformi al tipo omologato secondo la normativa stabilita dal ministero delle infrastrutture e dei trasporti».
Introiti multe - Gli introiti delle multe andranno per il 50% agli accertatori (Comuni e Province) e per il 50% agli enti proprietari delle strade. Mentre le risorse derivanti dall'aumento dell'importo delle sanzioni già esistenti saranno destinate a migliorare la sicurezza stradale, potenziare gli organici della polizia stradale e finanziare programmi di educazione stradale.
Multe più leggere per chi getta rifiuti - Abbandonare o depositare rifiuti sulla strada comporta una sanzione da 250 a 1.000 Euro. Nel vecchio codice il minimo era di 550 euro.
Noleggio con conducente - Possibile, oltre ai taxi e agli autobus, anche per il conducente con sidecar.
Età pensione conducenti - I conducenti di autobus, autocarri, autoarticolati, autotreni, autosnodati potranno, di anno in anno, allungare la propria idoneità al lavoro fino a 70 anni e non più ai 65 previsti dall'attuale codice della strada.
Stop vendita superalcolici autostrade - Nelle aree di servizio é vietata la vendita per asporto di bevande superalcoliche dalle ore 22 alle 6, così come la somministrazione. Le multe vanno da 2.500 a 7.000 euro. Inoltre, dalle ore 2 alle ore 7 é vietata la somministrazione di bevande alcoliche. In questo caso, multe da 3.500 a 10.500 euro. Nell'arco di un biennio, violazioni ripetute consentono al prefetto di sospendere la licenza di vendita e somministrazione per 30 giorni.
Obbligo etilometro per esercizi pubblici - Ogni pubblico sercizio ha l'obbligo di dotarsi di un 'precursore' (un etilometro) e di idonei locali di sosta, per consentire la misurazione del tasso alcolemico dei clienti che dovranno mettersi alla guida.
Deroga a patente sospesa - In caso di sospensione della patente il prefetto potrà concedere una deroga fino a un massimo di 3 ore per consentire il trasporto di familiari in difficoltà o per recarsi al lavoro. Raddoppia, però, il tempo di sospensione della patente.
Multe a rate - Si potrà rateizzare dai 200 euro in su (prima era dai 400 in su), ne beneficia chi ha un reddito fino a 15 mila euro. Saltato lo sconto di un terzo se vengono pagate entro 10 giorni.
Obbligo casco in bici - Soltanto per i bambini fino a 14 anni.
Auto rally - le auto che partecipano alle competizioni motoristiche sportive potranno circolare liberamente per spostarsi da una parte all'altra dei circuiti di gara

Non vogliono l’ingresso dei “privati” nella gestione dell’acqua perchè, dicono, costerà di più. Questo cittadino di Alfonsine, dati alla mano, sembrerebbe smentirli

“Sul vostro quotidiano del 23 marzo scorso leggo un interessante articolo titolato `La guerra dell'oro blu', ovvero guerra dell'acqua. I dati riportati sono riferiti ai consumi del 2008 e mettono in evidenza il costo per metro cubo riferito al consumo medio annuo di 200 MC per famiglia. Si riferisce che i costi in Italia, per metro cubo, restano i più economici d'Europa sotto la media mondiale. Se a Roma una famiglia paga 177 euro per un consumo di MC 200, lo stesso nucleo a Bruxelles paga 560, a Parigi 740 e a Berlino 970. In Italia, le bollette più salate le hanno pagate ad Agrigento (con 445 euro l'anno), Arezzo (386) e Firenze (378 ) mentre le città più economiche sono Milano (106), Isernia (114) e Pordenone (131) ben al di sotto della media nazionale di 253 euro l'anno. Io vivo ad Alfonsine e ho verificato il costo per metro cubo con riferimento all'ultima bolletta di aprile. Il costo (più iva del 10%) di un consumo di 200 metri cubi (annuo) risulta di 479,86 euro. Per l'Italia ritengo sia un record e, certamente, gli alfonsinesi non ne andranno orgogliosi. “

Luigi Bardati Lugo

sabato 8 maggio 2010

Il buco da 10 milioni di euro a Ravenna – Così se ne va la residua credibilità del PD tra le proteste dei consiglieri e i fischi della gente

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Qualche stralcio del dibattito in Consiglio Comunale – Cliccare sull’immagine

La Capanna dello zio Rom – L’ultima stupidaggine della sinistra radical chic

insediamenti%20rom“Il padrone mi ha sempre trovato al mio posto, e sempre mi ci troverà” diceva lo schiavo zio Tom nel romanzo di Harriet Beecher Stowe.  Il “posto” dello zio Tom, nell’America ante-guerra civile di metà Ottocento, era la “capanna”. Lì era nato e lì sarebbe rimasto, come voleva il padrone.

C’è una sinistra, più o meno radical e più o meno chic, che nella “capanna” ci vorrebbe lasciare per sempre i rom. A ogni sgombero grida allo scandalo, apparentemente ignorando il degrado in cui gli zingari vivono e obbligano a vivere i loro figli, oltre al disagio (furti nelle case e scippi in strada) di chi attorno ai campi ha la sfortuna di abitare. Tutto questo non conta: l’importante è che la “capanna dello zio Rom”non si tocchi: il rom è nato nella ”capanna” e nella “capanna” deve vivere e crepare, al gelo e in mezzo ai rifiuti e ai topi.

Ora, della “capanna”, c’è addirittura chi ha fatto un monumento: si tratta di un professore di pedagogia interculturale dell’Università Bicocca, promotore della mostra “Via Rubattino numero 0” (dall’insediamento rom sgomberato a Milano dalle forze dell’ordine lo scorso 19 novembre). Pezzo forte del percorso espositivo sarà, appunto, una baracca rom in legno, con tanto di tetto e stufa. Attenzione, però: mica una baracca di quelle vere, smontata in qualche campo e ricostruita in Bicocca. Quella puzza ed è sporca. Meglio una ricostruzione, bella linda e pulita. Meglio ancora se opera niente meno che di un designer,Patrick Hubmann,tra i protagonisti del recente Salone del Mobile.

A questo punto, chiunque provi fastidio per il politically correct sarà stato colto da un attacco di orticaria, che peggiorerà ulteriormente al sapere che la baracca-feticcio verrà realizzata in loco insieme ad alcuni rom, forti della loro esperienza nel montare accampamenti abusivi in giro per le città. Al prof della Bicocca rivolgiamo un suggerimento: dopo avergliela fatta costruire, permetta ai rom di restarci qualche giorno, nella baracca. Almeno, per qualche giorno, non staranno in mezzo a topi e rifiuti. E magari ci scappa pure l’idea per un reality show.

Gelatina alla bolognese: la curiosa storia dell’appartamento di Bersani e del suo coinquilino

Bologna 123 Nell’Italia politica quest’andazzo delle case gratis o semi gratis è molto diffuso. Adesso naturalmente è tornata fuori la storia dell’appartamento bolognese che Bersani abitò fra il ’91 e il ’93, quand’era vicepresidente della Regione Emilia-Romagna. Vicenda datata, oggetto di due inchieste della magistratura - una nel ’95, l’altra nel ’97 - entrambe concluse con archiviazione.

In sostanza: l’allora futuro leader del Pd aveva bisogno di una sorta di foresteria nel capoluogo, poiché abitava a Piacenza. Si piazzò allora in questa casa di 60 metri quadrati, via Mazzini, zona residenziale della città. La pigione si pagava ancora in lire, un milione al mese. E visto che - così dichiarò Bersani al pm - la abitava in condivisione con un funzionario dello Ial Cisl (l’istituto per l’addestramento professionale del sindacato), l’affitto veniva diviso: metà il politico, metà l’ente sindacale. Normale. Per la verità, c’è chi ha insinuato che il coinquilino di Bersani non dormisse lì spesso, ma tant’è: dopo un annetto e mezzo o giù di lì, l’attuale leader del Pd ci rimase da solo, e il versamento alla padrona di casa cominciò a essere del tutto a suo carico. In ogni caso, i magistrati indagarono per verificare se non vi fossero gli estremi di un abuso d’ufficio, visto che lo Ial Cisl incassava contributi regionali e Bersani era per l’appunto vicepresidente di giunta. Come detto, non fu riscontrato alcun reato, fascicolo archiviato. Peraltro, la stessa Cisl ha rimarcato che quello della coabitazione era stato un «gesto di responsabilità, per risparmiare». Lo stesso Bersani ha promesso querele per chi mettesse in dubbio questa versione dei fatti, sigillata dalla magistratura: per carità, non sia mai.

Il fatto è che questa faccenda dell’appartamento riaffiora regolarmente, con gran fastidio dell’ensemble progressista. Per dire, ancora nel gennaio scorso Alfredo Cazzola - l’ex sfidante del dimissionato sindaco bolognese Flavio Delbono e suo grande accusatore nell’inchiesta su bancomat allegri e viaggi a nota spese della Regione con amante al seguito - Cazzola,dicevamo, ha accennato con tono sibillino alla questione: «D’altronde Garavini sa come si fa ad avere delle foresterie senza che siano intestate alla Regione», così ha detto a una tivù locale. L’insinuante riferimento è a Gaudenzio Garavini, direttore generale del Comune di Bologna prima del sopracitato commissariamento: era proprio lui il coinquilino-funzionario Cisl ai tempi dell’appartamento condiviso. Una carriera, la sua, poi proseguita in Regione Emilia-Romagna (Bersani, dal canto suo, ne sarebbe divenuto presidente), di cui in seguito diventò direttore all’organizzazione e al personale. Ed è in questa veste che è stato recentemente indagato nel pasticcio Delbono, in quanto avrebbe secondo i pm mantenuto una non giustificata maggiorazione allo stipendio di Cinzia Cracchi, l’ex amante dell’ex sindaco, per “tenerla buona” ed evitare rivelazioni da scandalo. Scandalo che, com’è noto, è poi esploso lo stesso.

E insomma, dall’appartamento di Bersani alla cacciata di Delbono, e senza staccare il dito dal foglio. Evocativo.Non che le vicende siano collegate, intendiamoci. È’ solo gelatina ventennale, questa. Gelatina alla bolognese.

giovedì 6 maggio 2010

Io non la faccio più parlare. Lei è un mascalzone. Vada a farsi fottere

“Io non La faccio più parlare”. “Lei è un mascalzone”. “Vada a farsi fottere”. Parole e musica di Massimo D’Alema, ex presidente del consiglio, ex segretario della Fgci e del Pds e attuale presidente del Copasir. Una figura, dunque, di alto rango istituzionale. Questo siparietto non è avvenuto in una trattoria di Trastevere, ma sulla Tv di Stato, e più precisamente a Ballarò, in quel momento vista da sette milioni di telespettatori.

Il bersaglio di tali premurose effusioni era Alessandro Sallusti, condirettore del Giornale, che – parlando del caso Scajola - si era permesso di ricordare a D’Alema quella faccenduola del ’95, quando fu coinvolto nella cosiddetta Affittopoli, cioè la storia amena di alcuni enti pubblici che davano in locazione ai vip della politica appartamenti ad equo canone. A Sallusti è bastato ricordare quell’indubbio privilegio per vedersi piovere addosso una raffica di gratuite contumelie.

Una sola domanda: se sulla poltrona occupata da D’Alema a Ballarò ci fosse stato, un nome a caso, Silvio Berlusconi, e su quella di Sallusti un giornalista di Repubblica, quale (comprensibile) putiferio sarebbe stato scatenato dalla sinistra, dall’Ordine dei giornalisti e dalla Federazione della stampa? E quanti fiumi d’inchiostro sarebbero stati versati sulla libertà di stampa in pericolo?

martedì 4 maggio 2010

Prima il Consorzio, adesso l’Ausl. C’è del marcio in Danimarca?

gallery_1_97_72943 Il direttore generale dell'Ausl, Carradori, e il direttore amministrativo, Iacoviello, nel mirino della procura di Forlì. L'accusa è di aver favorito una ditta nel corso di una gara d'appalto da 40 milioni

I vertici dell'Ausl e di Area Vasta sono stati raggiunti da un avviso di garanzia notificato della Procura di Forlì, nell'ambito dell'inchiesta per una gara di appalto per l'assegnazione dei servizi di trasporto dei campioni diretti al laboratorio di Area Vasta, con sede a Pievesestina. L'inchiesta coinvolge il direttore generale dell'Ausl di Ravenna, Tiziano Carradori, e il direttore amministrativo dell'Azienda, Savino Iacoviello.

Al centro delle indagini, l'assegnazione dell'incarico del valore di 40 milioni di euro. Stando alle accuse, i due dirigenti avrebbero favorito una ditta affinchè si aggiudicasse l'appalto. Per entrambi i dirigenti la data dell'interrogatorio è stata fissata dal gip di Forlì per il 13 maggio. In questa occasione potranno esibire prove e dare spiegazioni per dimostrare la loro estraneità ai fatti.

Ottime le proposte del PD sul lavoro, ma con cento anni di ritardo

In questi giorni è in discussione alla camera il Ddl lavoro e, a nostro parere, non c’è niente di meglio di questa discussione per capire quali siano le reali differenze tra la nostra visione liberaldemocratica e la classica visione egalitarista della sinistra italiana.
Prendiamo il Ddl lavoro del Pd. Una proposta sostenuta dalle migliori menti economiche del centrosinistra tra le quali Pietro Ichino e Nicola Rossi.
Il loro Ddl propone di introdurre il cosiddetto “contratto unico” di lavoro. Significa che i 48 contratti di lavoro esistenti verrebbero aboliti e al loro posto ne esisterebbe uno soltanto valido per tutti e per qualsiasi tipo di impiego (i contratti a tempo determinato resterebbero solo per i lavori stagionali).

Il “contratto unico” si divide in due fasi temporali. Entro i primi tre anni il datore di lavoro è libero di licenziare anche senza giusta causa e per motivi economici (in altre parole: quando vuole) in cambio di un’indennità pari a cinque giorni per ogni mese di lavoro, praticamente due mesi di stipendio dopo un anno). Dopo i primi tre anni il contratto si trasforma automaticamente in un rapporto di lavoro a tempo indeterminato come quelli che esistono adesso. Per quanto riguarda i contributi, questi sono bassi all’inizio del rapporto di lavoro e aumentano con il tempo fino a diventare (sempre dal terzo anno in poi) uguali a quelli di un “normale”contratto a tempo indeterminato. Una bella idea? Per rispondere bisogna passare dalla teoria alla pratica.

Facciamo un esempio: è più che probabile che al proprietario di una pizzeria bastino un paio di mesi per capire se il pizzaiolo che ha assunto è capace di fare una buona margherita e una più complessa quattro stagioni. Per un’industria aerospaziale tre anni non bastano per capire se un ingegnere è in grado di disegnare un reattore. Eppure entrambi avrebbero lo stesso contratto che li renderebbe uguali anche se sono diversissimi. Non ci sarebbe nulla di clamoroso: la sinistra egualitaria a questo punta da sempre, no? Ma rendere uguali i diversi si traduce in una ingiustizia, soprattutto per chi è più debole.

Il proprietario della pizzeria, infatti, avrà tutto l’interesse a mantenere in uno stato precario il pizzaiolo per due anni, 11 mesi e 30 giorni, perché gli costa meno ed ha meno obblighi, mentre l’industria aerospaziale sarebbe costretta ad assumere l’ingegnere che si ritroverebbe tutelatissimo anche se magari non è in grado di svolgere il lavoro di cui ha bisogno l’impresa. In altre parole, avere 48 tipi di contratti diversi è un arricchimento perché aumenta le “porte”d’ingresso al mercato del lavoro. Abolirli significa pensare che esista un posto di lavoro da occupare e che a ogni lavoro corrisponda un uomo, che lavora 8 ore al giorno 5 giorni la settimana.
Per la maggioranza dei lavoratori era così nell’800. Per questo il Ddl è giusto, ma presentato con 100 anni di ritardo.Nel mondo del 2010 il lavoro, specie quello specializzato, è, per sua stessa natura, flessibile e volerlo negare è fare una violenza alla realtà.
E la realtà dice che il vero problema del precariato è il “che fare” tra la fine di un contratto e l’inizio di un altro. Cioè come sostenere il reddito nei periodi di disoccupazione.

Sfortunatamente su questo punto il Ddl del PD non dice nulla e, per di più, non sembra affatto disincentivare il precariato, perché dopo che il nostro pizzaiolo è stato licenziato dopo i 2 anni, 11 mesi e 30 giorni, quando si rimetterà a cercare lavoro avrà di fronte a sé la prospettiva di altri 2 anni, 11 mesi e 30 giorni con diritti “calmierati”.  In questo modo, nel corso della sua vita lavorativa, farà meno cambiamenti di posti di lavoro e avrà meno chances di essere assunto stabilmente.
Certo: più passa il tempo più costa al datore di lavoro licenziarlo. Solo che per compensare i costi dell’indennità (sei mesi dopo tre anni è un costo enorme per qualsiasi impresa) è ovvio che i salari d’ingresso saranno più bassi. Perfetto per incentivare i migliori a fuggire all’estero.

lunedì 3 maggio 2010

La memoria corta di chi raccoglie le firme per il referendum sull’acqua

pustertal_046 In questi giorni in Provincia di Ravenna e in Regione le forze di sinistra sono mobilitate per la raccolta delle firme per la cosiddetta “difesa dell’acqua pubblica”.

Si tratta di un’iniziativa che il centrosinistra sta portando avanti in tutta Italia per attaccare strumentalmente il Governo Berlusconi che, con il recente Decreto Ronchi, avrebbe deciso di “privatizzare l’acqua”.

Innanzitutto è bene ribadire che il Decreto Ronchi, detto anche “salva infrazioni” perché permette al nostro Paese di adeguarsi ad una serie di disposizioni comunitarie, in realtà non tratta il tema dell’acqua che rimane un bene pubblico a cui è riconosciuto pieno e universale accesso, bensì il tema della liberalizzazione dei servizi pubblici locali, tra cui anche il servizio di distribuzione dell’acqua.

Questo chiarisce la profonda strumentalizzazione in atto!  L’art. 15 del Decreto stabilisce che l’affidamento dei servizi pubblici locali avverrà finalmente sulla base di gare ad evidenza pubblica, in modo da assicurare trasparenza e chiarezza. Dunque non è vero che necessariamente il servizio dovrà essere privatizzato: se l’attuale gestore pubblico è efficiente potrà benissimo partecipare alla gara, presentare la propria offerta ed essere riconfermato. E’ evidente che nelle intenzioni del Governo c’è il tentativo di innescare un meccanismo virtuoso di apertura al mercato che potrà favorire la concorrenza e contribuire a migliorare il servizio di distribuzione dell’acqua, un servizio che in molte regioni d’Italia è un vero e proprio colabrodo nonostante le tariffe elevate.

Chi oggi attacca il Governo perché ha privatizzato l’acqua  dimentica che molti enti locali, compreso Casola Valsenio, quel servizio lo hanno già privatizzato da tempo. Ma le regole, fino ad oggi, erano talmente poco chiare da permettere ai comuni di fare sostanzialmente quello che volevano. Così, ai precedenti monopolisti pubblici si sono sostituiti nel tempo nuovi monopolisti privati o semi privati, dando origine a quella serie di storture che Hera esemplifica benissimo. In Romagna l’acqua non è più pubblica dal 2003: quando nacque Hera i nostri comuni cominciarono - su ordine del partito - ad affidare la gestione dei propri servizi idrici alla società. Dov’era allora la sinistra? Perché allora non si stracciò le vesti in difesa dell’acqua pubblica?

Non è inutile ricordare due fatti:

Settembre - novembre 2009. I comuni della Provincia hanno deliberato la cessione delle reti di distribuzione dell’acqua ad Hera, votata a maggioranza dal PD a Rifondazione Comunisti, Comunisti Italiani facendo esattamente quello contro cui ora coltivano il dissenso

Cessione delle Sorgenti e dei pozzi” Nove anni fa i medesimi soggetti che ora si indignano decisero la cessione delle sorgenti al CON. AMI di Imola, lo stesso organismo che nove anni dopo decide di investire una parte dei soldi di 23 Comuni nell’autodromo di Imola con una operazione speculativa e dai contorni assai poco chiari.

Insomma sarebbe bene raccontare tutto ai cittadini che si avvicinano ai banchetti della sinistra pensando di salvare l’acqua dalle grinfie della speculazione mentre proprio le holding della sinistra sono state le prime a fare business di dubbia rilevanza sociale.

Noi siamo profondamente convinti che l’apertura al mercato prevista dal Decreto Ronchi sia positiva, perché grazie all’adozione della gara pubblica nel 2013 per l’affidamento dei servizi, tutti - compresi i comuni Emiliano-Romagnoli - saranno costretti a garantire maggiore trasparenza e più ampie garanzie negli affidamenti dei servizi. Non si confonda strumentalmente la giusta e condivisibile battaglia per la salvaguardia dell’acqua come bene pubblico, con la difesa dei monopoli esistenti e soprattutto con la difesa dei privilegi di Hera.

sabato 1 maggio 2010

“Sacconi: “Voglio cambiare lo statuto dei lavoratori”. Tutele essenziali, investimenti in conoscenze e spazio al confronto territoriale e aziendale

t5_4bae70dfcfbaa_6768  Ministro Sacconi, nell’anno 2010 ha ancora senso una “Festa del lavoro”?
“Assolutamente sì, anche se ovviamente questa Festa si rinnova ogni anno nei contenuti che possono essere maggiormente sottolineati. Ha senso soprattutto ribadire, per il primo maggio, il dovere delle istituzioni di riconoscere nel lavoro un modo fondamentale con cui ciascuna persona è messa nella condizione di esprimere le proprie potenzialità. Ha senso un primo maggio nel quale, cioè, si ribadisce la centralità della persona non solo in sé, perché non si tratta di un’entità isolata, ma nelle sue proiezioni relazionali, fra le quali certamente importanti sono le relazioni di lavoro. Non è un caso che nel contesto della grande crisi, che non è soltanto economica e sociale, la Chiesa abbia avvertito il bisogno, attraverso l’Enciclica sociale “Caritas in Veritate”, di rispondere al disorientamento che può interessare tante persone, offrendo un messaggio nel quale si riconosce il valore del lavoro e dello sviluppo, proprio in quanto espressione della vitalità delle persone”.  

Ha annunciato la predisposizione di un Piano triennale per il lavoro. Quali sono le linee-guida del progetto?

“Il Piano triennale corrisponde, da un lato, alla residua durata della legislatura e, dall’altro, a un arco temporale idoneo ad accompagnare il nostro Paese e la nostra base produttiva di beni e servizi verso la ripresa del commercio globale. Le nuove caratteristiche della crescita dell’economia internazionale pongono il pericolo di una crescita senza occupazione. Quindi, prima di tutto, il Piano triennale deve promuovere la formazione di quelle competenze che servono alla crescita. In secondo luogo deve garantire alta intensità occupazionale alla crescita economica e cioè, a parità di crescita, più posti di lavoro. E questo significa liberare il lavoro dal sovraccarico ideologico che lo ha sempre visto particolarmente contratto nella nostra società. In poche parole, dobbiamo fare in modo che si determini una maggiore propensione ad assumere, rimuovendo tutto ciò che inibisce questa scelta da parte di molti datori di lavoro”.

Quella della formazione è, in realtà, la storia di un grande fallimento. Adesso i nuovi governatori dovranno dare attuazione all’intesa realizzata con il governo e le parti sociali. Che motivi hanno gli italiani per credere di essere davvero alla vigilia della svolta?

“Io credo che ci sia oggi una maggiore consapevolezza circa l’utilità e la necessità della formazione. E questa consapevolezza spiega l’accordo unanime Stato-Regioni-parti sociali, in un contesto molto conflittuale che ha visto in ciò un raro momento di concordia. Eppure i contenuti dell’accordo sono sovversivi rispetto alle prassi consolidate, perché prevedono, intanto, di analizzare i fabbisogni professionali in tempo reale. In secondo luogo, l’accordo prevede l’avvio sperimentale della certificazione di mestiere, cioè di una certificazione sostanzialistica di ciò che una persona sa fare. In terzo luogo, l’accordo dice che bisogna abbandonare la formazione per materie in ambito scolastico per sostituirla con formazione per compiti, per competenze in un ambito lavorativo. Non più mondi separati quindi, come l’ideologia ha voluto, ma forte integrazione della scuola, dell’università e della formazione con il mercato del lavoro”.

E’ il rilancio della formazione la prima risposta alla disoccupazione e all’inattività giovanile?
“Sì. La risposta è inesorabilmente quella, faticosa ma obbligata, dell’investimento nelle conoscenze e nelle competenze dei giovani attraverso una forte integrazione fra apprendimento ed esperienza lavorativa. Perché non ci sono incentivi, non ci sono sussidi che possano dare una risposta efficace. Né ci possono essere nuove illusorie regolazioni dei rapporti di lavoro, che avrebbero l’effetto di escludere ancor più i giovani dall’accesso al mercato del lavoro”.

Nell’ambito del Piano triennale rientra anche la riforma dello Statuto dei Lavoratori. Perché volete cambiarlo?
“Quarant’anni fa lo Statuto dei lavoratori fu voluto dai riformisti e contestato dai comunisti: basta andare a rileggere la posizione parlamentare del Pci, e soprattutto le fortissime critiche rivolte allo stesso Statuto dalla rivista giuridica della Cgil, per capire come, anche allora, la sinistra politica e sociale di radice comunista perse il treno e non partecipò di uno strumento che per molti anni si è rivelato utile a produrre un lavoro di qualità. Oggi, a quarant’anni da allora, possiamo pensare ad una regolazione di legge molto più essenziale, riferita ai diritti fondamentali nel lavoro, che devono essere riconosciuti a tutte le persone, per rinviare alle parti sociali, alla loro capacità di reciproco adattamento nei diversi contesti territoriali, settoriali, aziendali, la regolazione nei rapporti di lavoro di molte tutele. In modo da conciliare le esigenze della competitività con quelle della promozione di un lavoro di qualità”.

A due anni dall’inizio dell’attività di governo, qual è il provvedimento da lei varato del quale va più orgoglioso?
“Credo molto, in particolare, nella detassazione della parte variabile del salario. Da un lato, questa corrisponde ad una linea di tendenza che prevede di spostare il baricentro del nostro sistema fiscale dal lavoro alle cose e ai consumi. Dall’altro, significa riconoscere la partecipazione del lavoratore ai risultati e, se possibile, agli utili stessi dell’impresa. E’ una prima sperimentazione che vogliamo allargare, quando l’andamento dell’economia e della finanza pubblica ce lo consentirà, e che troverà una forma definitiva all’interno della riforma fiscale. Quel provvedimento, assunto nel primo Consiglio dei ministri di Napoli, ha incoraggiato la conclusione del negoziato per la riforma del modello contrattuale, durato circa dodici anni. Ma soprattutto, durante il nostro governo, sono cambiate le relazioni industriali. Nel senso che i contratti sono stati quasi sempre, con la firma della stessa Cgil, conclusi non solo in modo più coerente con l’impianto del nuovo modello contrattuale, ma soprattutto in modo più rapido. Insomma, crediamo di avere concorso a produrre la fine del cosiddetto conflitto distributivo, che ha caratterizzato a lungo le nostre relazioni industriali, perché siamo stati il Paese del più grande Partito comunista dell’Occidente”.

Qual è, invece, l’errore che non rifarebbe?

“Credo di avere evitato gli errori grazie al fatto di avere sempre seguito, nelle decisioni di governo, il metodo del dialogo sociale, di un dialogo sociale che decide, che rifiuta il potere di veto di alcuni dei partecipanti e che si è sempre, quindi, concluso con decisioni largamente condivise”.

Quanto è stato messo in pratica ad oggi delle idee che furono di Marco Biagi e quanto vi resta da fare?
“Molto è stato fatto sulla carta. Molto resta da fare nella realtà. Basti pensare ai nuovi contratti di apprendistato: sono istituti straordinariamente proiettati verso i bisogni del presente e del futuro; sono lo strumento principe per l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro e per ricostruire competenze che spesso il sistema educativo non ha omologato, ma sono ancora poco utilizzati. Così altre parti delle legge non sono ancora adeguatamente tradotte nella realtà. La legge Biagi e le intuizioni di Biagi sono un giacimento ancora in parte inespresso, alla cui valorizzazione stiamo lavorando”.